Libri e dintorni

Rosalia Messina

Valerio Varesi, verità e finzione nel mestiere di giornalista e nell’invenzione narrativa

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Valerio Varesi, giornalista (attualmente lavora nella redazione bolognese de La Repubblica), è scrittore di narrativa gialla e non. Il suo più noto personaggio è il commissario Soneri, protagonista di molti suoi romanzi, cui è ispirata la serie televisiva Nebbie e delitti.

  

Valerio, mi sembra di poter individuare nella sua produzione letteraria due filoni fondamentali, cioè quello dei romanzi noir e polizieschi e quello dei romanzi che indagano, attraverso le vicende di personaggi emblematici, alcuni momenti cruciali della storia italiana più o meno recente: gli anni di piombo, l’esplodere dell’immigrazione, la lotta partigiana al di là della retorica. Le chiedo innanzitutto, in generale, se costruisce le storie a partire dai personaggi o se è soprattutto la trama il punto di partenza.

Questi sono i filoni principali della mia narrativa. Direi che la trama è essenziale come punto di partenza di tutti i miei romanzi in quanto si parte sempre da un’idea che si intende sviluppare. Ma contestualmente nascono i personaggi che danno carne e sangue a quella idea. In definitiva prima di tutto mi chiarisco cosa voglio raccontare, poi mi chiedo: che personaggi possono vivere dentro questa storia? Chi potrebbe impersonarla?

 

Il mestiere di giornalista in che modo influenza (se la influenza) la sua attività di narratore? Insomma, com’è nata la voglia di inventare storie, in lei che quotidianamente si misura con vicende reali?

Il mio mestiere contribuisce a fornirmi di continuo storie e personaggi che possono diventare parte dei miei racconti. Mi butta di continuo nel mezzo della realtà e per dei ladri di vita altrui come sono gli scrittori, è come fornire a un topo una dispensa di formaggio. Però il giornalismo è anche molto vincolante giacché tutto ciò che si scrive deve essere provato. Non sempre si può provare la verità nel paese dei misteri come il nostro. La narrativa, invece, può mostrare quello che accade sotto forma di metafora accompagnando il lettore là dove il giornalismo non può spingersi. La finzione, insomma, liberando dall’onere della prova consente di esprimere quello che né un cronista né un magistrato possono raccontare.

 

Quando ha scritto il primo romanzo che aveva per protagonista il commissario Soneri ha subito pensato che sarebbe stato il primo di una serie? Il romanzo − lo ricordo a chi ci legge − s’intitola Ultime notizie di una fuga, e la trama riecheggia un noto fatto di cronaca, il caso Carretta. Si tratta anche della sua prima pubblicazione in assoluto, con una casa editrice dal nome evocativo, Mobydick (ma poi Frassinelli ha ripubblicato quell’opera prima). Vuole parlare dei suoi esordi, della ricerca di un editore, di quando per la prima volta parlando di se stesso (magari soltanto a se stesso) si è definito scrittore?

No, uno scrittore all’esordio non può sapere come andrà a finire la sua avventura. L’editoria è quanto di più incerto vi possa essere. Io, dopo qualche rifiuto, ho avuto la fortuna di incontrare un piccolo ma raffinato editore, Guido Leotta (purtroppo da poco scomparso) che ha intuito la potenzialità del personaggio e della mia scrittura e ha investito su di me. Poi ho avuto come amico ed estimatore un grande dell’editoria italiana come Raffaele Crovi che mi ha accompagnato nel mio cammino fino all’approdo a Frassinelli, vale a dire il gruppo Mondadori. Non amo le definizioni. Mi considero un artigiano della scrittura. Un artigiano raffinato, questo credo di esserlo.

 

E che ruolo ha, per lei, lo scrittore (e la letteratura) nel mondo contemporaneo?

Sono convinto che lo scrittore debba impegnarsi positivamente in seno alla società tentando di migliorarla per quel che gli è possibile. Non sopporto coloro che si astraggono dal mondo. Lo considero un tradimento della letteratura stessa che ha come principio basilare l’essere dentro la vita e rappresentarne la quintessenza. Purtroppo viviamo un’epoca in cui ‘i chierici hanno tradito’.

 

Il commissario Soneri ha adesso il volto televisivo di Luca Barbareschi, interprete della serie Nebbie e delitti. Cosa cambia nel rapporto fra autore e personaggio, quando questo assume le fattezze, le movenze, il carattere che regista e interprete gli cuciono addosso? Non si avverte un senso di espropriazione? O, al contrario, si prova un’emozione positiva nel pensare alla possibilità che i lettori si raffigurino in un modo preciso il commissario Soneri?

Io, soprattutto leggendo le sceneggiature, ho vissuto il complesso del figlio sottratto. Una sorta di espropriazione. Non si è comunque modificato il rapporto tra me e il personaggio perché non scrivo per la televisione. La tv ha molto modificato i miei testi e per questo per certi versi ho un po’ sofferto, ma nel complesso si è trattato di un’esperienza positiva perché i personaggi sono usciti integri e anche le ambientazioni. Il commissario è assurto a figura dell’immaginario collettivo grazie alla tv, ma i lettori, la cui grande libertà è immaginarsi i personaggi a seconda della propria sensibilità, sono adesso più condizionati dall’avere di fronte un viso ‘codificato’.

 

Lei scrive, lo abbiamo già detto, anche libri che non sono incentrati su un’indagine di polizia. Non ha la sensazione che oggi, comunque, gialli e noir siano i libri più letti, almeno in Italia? Perché, secondo lei? E comunque, lei pensa che siano anche i libri più scritti (nel senso che ci sono in circolazione più autori di questo genere letterario che di altri) o solo i più pubblicati (nel senso che gli editori, in un periodo in cui nel nostro Paese si legge poco, preferiscono scommettere sul genere più venduto)?

Sicuramente i gialli sono più letti, ma sulla base anche di un equivoco basato sulla opinione diffusa che siano di più facile lettura e più coinvolgenti. La tv, con le sua paradossali semplificazioni (pensiamo a ‘don Matteo’) incrementa questa convinzione. In realtà il giallo ‘romanzo sociale’ come lo intendo io, è un genere ‘impegnato’ teso a raccontare non tanto il come di un delitto, ma il perché è successo. Tutt’altra valenza, insomma. Inoltre, il buon giallo è vicino alla realtà quotidiana se interpreta bene la contemporaneità. I buoni editori pubblicano questo genere di libri coniugando qualità e capacità narrativa. Sono però anche consci che il mercato predilige il genere in quanto più ‘commerciabile‘.

 

Ha ancora un sogno da scrittore che non ha realizzato?

Spero di averne ancora molti. Quello che desidero realizzare a breve è il completamento della trilogia iniziata con La sentenza e proseguita con Il rivoluzionario. Vorrei raccontare gli ultimi trenta anni della storia italiana.

 

Grazie, Valerio, per il suo tempo e le sue risposte.

 

Lia Messina

 

7 marzo 2015

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Rosalia Messina

Sono nata a Palermo nel 1955. Vivo, lavoro e scrivo tra Bologna, Firenze e Catania. Giurista insoddisfatta della prosa in “giuridichese”, mi salvo la vita scrivendo narrativa: tanti racconti, alcuni riuniti in una raccolta, “Prima dell’alba e subito dopo”, Perronelab 2010, i romanzi “Più avanti di qualche passo” (Città del sole edizioni), che da inedito aveva vinto il premio “Angelo Musco” 2012 e, come narrativa edita, ha vinto il premio “Città di Reggio Emilia” 2013), “Marmellata d’arance” (Edizioni Arianna 2013) e “Gli anni d’argento” (Algra Editore 2014), “Morivamo di freddo” (pubblicato in digitale da Durango Edizioni nel 2016, prossimamente edito in cartaceo dalla stessa casa editrice) e il libro per bambini “Favole a colori” (Algra Editore 2015, prossimamente anche in digitale). Credo nella condivisione e nelle possibilità che offre la rete; pubblico su LetteraTu le “Citazioni della domenica” e, di tanto in tanto, anche altro, come per esempio le interviste in “Ritratto di lettore”; su Libreriamo curo la rubrica “Libri e dintorni“, nata sulle ceneri de “La parola all’autore” e infine in rete si trova anche un mio blog – http://rosaliamessina.blogspot.it/ – per il quale spero sempre di trovare più tempo. Ma sotto le quattro ore di sonno non posso andare…

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