Libri e dintorni

Rosalia Messina

Sulla zattera di Fulvio Colucci precariato e ordinaria desolazione

Sulla zattera di Fulvio Colucci precariato e ordinaria desolazione

Fulvio Colucci, giornalista e blogger (www.tagliobasso.it), è autore del libro La zattera (Il Grillo Editore, 2015)

 

Fulvio, inizio questa nostra chiacchierata partendo da una tua riflessione sulla “scrittura del reale” (sul blog Tagliobasso). Vuoi parlarne ai lettori di “Libreriamo”?

La zattera traduce questa intenzione di proporre la scrittura del reale in veste corale. Le “prove generali” le ho fatte col mio primo libro Invisibili, vivere e morire all’Ilva di Taranto in cui racconto la fabbrica e il rapporto con la città attraverso le storie di lavoratori, ex lavoratori, parenti di operai morti in acciaieria. Se il Verismo ottocentesco analizzava la realtà delle classi sociali con lo spietato taglio della lettura positivista, senza fare sconti alla realtà, oggi c’è bisogno di altrettanta spietatezza ma il racconto deve sgorgare dai protagonisti e chi scrive deve legare storie ed esperienze con il laccio della difesa della dignità umana. Chiamiamolo, se possibile, “neoverismo”. Lo strumento narrativo ce lo offrono le persone. Sono loro a scattare la fotografia, a noi tocca svilupparla. Magari come si faceva con le vecchie istantanee Polaroid: “soffiandoci” sopra. Ecco, chi scrive deve “soffiare” sulle parole di chi narra, quando si tratta di indagine sociale. Poi la “scrittura del reale”, come ricordo sul mio blog, non è difficile da inquadrare perché basta guardarsi intorno, ma chi lo fa? Perché è difficile accettare l’utilità “politica” della “scrittura del reale” in quanto azione corale nella storia e, quindi, leva “rivoluzionaria” nel tempo (e nello spazio) per scardinare la narrativa globalizzata e mercificata come consumo individuale e non collettivo. Viviamo l’epoca paradossale in cui si potranno narrare anche “le vite degli altri”, a maggior ragione se “umiliati e offesi”, ma sempre dribblando l’urto delle cose e senza offrire all’esistenza una dimensione plurale e civile in quanto reale. Elidendo, anzi, ogni possibilità di redenzione.

 

Ho letto con molto piacere La zattera, in cui racconti sei storie di giovani che lavorano nei call center. Si tratta della rielaborazione letteraria di storie vere; ti va di spiegare meglio questo aspetto?

È il “soffio” di cui parlavo prima. Sulle istantanee che cinque donne e un uomo hanno scattato per me. Ho indagato condizioni umane comuni eppure emblematiche: la fuga, l’amore, l’ansia di riscatto, la paura di non farcela, le frustrazioni, il tecnostress. L’immigrata, la moglie dell’operaio Ilva insieme al marito, la precaria – un migliaio di lavoratori di Teleperformance è assunto a progetto – la ragazza del Sud tornata da Roma col suo bagaglio di studi e una immutata voglia di riscatto, la madre di tre figli rimasta sola costretta a lavorare nel call center per mantenerli. Storie femminili, tranne una: il giovane che narra della sua passione per il canto lirico coltivata grazie allo stipendio di operatore telefonico. Un doppio paradosso. Per ognuna un certo “soffio” ha legato realtà e scrittura: dai personaggi di Calvino a Carlo Levi e al cinema di Tornatore e Wenders.

 

 

Il linguaggio del tuo libro è molto poetico. Le storie coinvolgono e appassionano. Al di là delle emozioni trasmesse, quello che resta impresso è l’invito che le voci narranti rivolgono – a se stesse e agli altri – a non perdere la propria umanità. È proprio questo invito il filo conduttore delle sei storie di precariato che racconti?

Sì, e trova la sua incarnazione in Gaia, il personaggio, realmente esistente, cui è dedicato il libro. Lei ha avuto la forza di trasgredire le regole del call center che impongono di non chiamare gli utenti contattati. Lo ha fatto per sapere le condizioni di salute di un’anziana caduta mentre, dal letto, si spostava verso il contatore dell’energia elettrica per leggere i dati all’operatrice. È l’essenza della “Zattera”, è l’esempio insuperabile – quasi orwelliano – di cosa significhi restare umani di fronte alla mercificazione del lavoro e soprattutto dei lavoratori.

 

La prefazione del tuo libro è di Susanna Camusso, tutta centrata sui temi attualissimi e drammatici del lavoro precario e dei diritti negati. È capitato che durante le presentazioni sia nato un dibattito su questi temi?

Certo, del resto i libri si fanno per leggerli e discuterli. Il resto è niente. Il dibattito è nato sempre, durante le presentazioni e non ha escluso anche accenti forti e critiche al ruolo del sindacato. Del resto le critiche al sindacato non mancano nei racconti dei protagonisti. “La scrittura del reale” è così, nessuna politica o sindacato può consolarla.

 

Grazie, Fulvio, per il tuo tempo e le tue risposte.

 

Rosalia Messina

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Rosalia Messina

Sono nata a Palermo nel 1955. Vivo, lavoro e scrivo tra Bologna, Firenze e Catania. Giurista insoddisfatta della prosa in “giuridichese”, mi salvo la vita scrivendo narrativa: tanti racconti, alcuni riuniti in una raccolta, “Prima dell’alba e subito dopo”, Perronelab 2010, i romanzi “Più avanti di qualche passo” (Città del sole edizioni), che da inedito aveva vinto il premio “Angelo Musco” 2012 e, come narrativa edita, ha vinto il premio “Città di Reggio Emilia” 2013), “Marmellata d’arance” (Edizioni Arianna 2013) e “Gli anni d’argento” (Algra Editore 2014), “Morivamo di freddo” (pubblicato in digitale da Durango Edizioni nel 2016, prossimamente edito in cartaceo dalla stessa casa editrice) e il libro per bambini “Favole a colori” (Algra Editore 2015, prossimamente anche in digitale). Credo nella condivisione e nelle possibilità che offre la rete; pubblico su LetteraTu le “Citazioni della domenica” e, di tanto in tanto, anche altro, come per esempio le interviste in “Ritratto di lettore”; su Libreriamo curo la rubrica “Libri e dintorni“, nata sulle ceneri de “La parola all’autore” e infine in rete si trova anche un mio blog – http://rosaliamessina.blogspot.it/ – per il quale spero sempre di trovare più tempo. Ma sotto le quattro ore di sonno non posso andare…

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