Libri e dintorni

Rosalia Messina

Simona Vinci, ”Una parola deve essere una parola della quale ti fidi, alla quale ti affidi, non un chiacchiericcio o un rumore di fondo”

Simona Vinci, classe 1970, traduttrice e scrittrice, è autrice di libri che hanno fatto discutere (tra i quali Dei bambini non si sa niente, Einaudi, vincitore del premio Elsa Morante 2000; Come prima delle madri, Einaudi 2003). È anche autrice e conduttrice di programmi televisivi e radiofonici.

 

Simona, non so se tu faccia parte della schiera degli allergici alle definizioni e in particolare alle autodefinizioni, ma butto lì una domanda che non è un semplice mezzo per rompere il ghiaccio. È il tentativo di capire, anche in modo indiretto, il rapporto che l’autore o l’autrice ha con la scrittura (che poi è quello che in genere cerco di raccontare attraverso queste chiacchierate). Ti senti più scrittrice? Giornalista? Traduttrice?

Giornalista non lo sono, anche se mi è capitato e mi capita di scrivere dei pezzi per dei quotidiani o delle riviste; traduttrice non lo sono in senso stretto: sono uno scrittore al quale accade ogni tanto di lavorare su un testo in lingua inglese. Direi quindi che la definizione che mi veste meglio è quella di scrittore. Racconto storie attraverso le parole scritte. E uso il maschile come se fosse neutro.

 

Eri piuttosto giovane quando hai cominciato a pubblicare. Magari lo eri ancora di più quando hai cominciato a scrivere narrativa. Vuoi parlare del tuo percorso e di come sei arrivata alla pubblicazione? E del posto che occupa la scrittura nella tua vita, oggi?

Ricordo con chiarezza il tempo in cui nella mia vita la scrittura – la mia, ma soprattutto quella degli altri – non c’era: un tempo così breve da farmi pensare che, forse, nella mia vita la scrittura ci sia sempre stata, anche prima che imparassi a distinguerla e riconoscerla.

Ho cominciato a leggere molto presto, prima delle scuole elementari, e le mie letture da subito sono state voraci e onnivore. Nella casa dove abitavamo allora c’era una stanza che chiamavamo “la stanza della televisione”, era una specie di salottino, con un divano, una televisione ovviamente e un lungo scaffale che correva ad angolo su due pareti: lì, c’erano i libri di mia madre.

I libri mi spiegavano il mondo, mi portavano in centinaia di posti diversi, non facevano rumore ma parlavano, erano per me la cosa più magica e affascinante di tutte, perché tutte le comprendevano. Lo penso ancora. Gli dèi, per me, erano quelli che scrivevano le storie e io volevo essere un dio. Non ho mai desiderato davvero nient’altro. Giocare a tennis ad esempio mi piaceva un casino, ma non ero abbastanza dotata da sperare di diventare una campionessa. Mi pareva che scrivere mi riuscisse meglio. E la mia innata spinta alle sfide e alla competizione con me stessa, combinata alla sfiducia nelle mie capacità, trovava in quel terreno deserto (non conoscevo nessuno che scrivesse!) un buon posto sul quale esercitarmi.

La prima cosa che ho scritto risale alla seconda elementare: metà dattiloscritto battuto a macchina con la Olivetti Lettera 22 di mia madre e metà scritto a mano nella grafia grande, inclinata verso destra e bruttissima che avevo a quei tempi. Sono una quarantina di pagine che conservo dentro una scatola marrone di Holly Hobbie incentrate sulle avventure di un cercatore d’oro nell’Alaska della seconda metà dell’Ottocento. Argomento del quale ovviamente ignoravo quasi tutto a parte quel che riuscivo a scopiazzare dai libri di Jack London che adoravo e all’inizio leggevo nelle terribili riduzioni per bambini.

La prima cosa che io abbia mai pubblicato fu una poesia.

Poi conobbi altri scrittori della mia città: Carlo Lucarelli, Marcello Fois, Giampiero Rigosi e quelli che erano stati i loro maestri o fratelli maggiori, Loriano Macchiavelli, Luigi Bernardi, Stefano Tassinari. Bologna era un posto in cui gli scrittori si trovavano bene, con la città in sé e tra loro: si frequentavano, si scambiavano pareri su ciò che andavano scrivendo e accoglievano i giovani aspiranti autori con una freschezza e una semplicità che oggi mi pare ancora più straordinaria. Ho avuto la fortuna di avere Carlo Lucarelli, che allora era appena stato promosso consulente per Stile Libero, come mio primo lettore: avevo appena finito di scrivere un racconto lungo che si intitolava Scene di morte e sentivo che aveva il respiro per qualcosa di più. Gli domandai se avesse tempo di leggerlo: lo lesse e decise di mandarlo a Severino Cesari dell’Einaudi. Dopo un paio di settimane ricevetti una telefonata dalla Casa Editrice e un anno dopo, nel 1997, fu pubblicato Dei bambini non si sa niente, il mio primo romanzo.

Per me la scrittura è un modo di stare nel mondo e di dialogare con quelli che il mondo lo abitano insieme a me e chissà − lo spero tanto, è la mia unica forma di fede! − forse con quelli che lo abiteranno dopo. La scrittura mi serve per crescere, e ogni volta che comincio a scrivere un testo nuovo, che essenzialmente viene generato da una serie domande che la vita (quella che è accaduta e accade a me e quella che vedo accadere agli altri) mi ha posto e mi pone, sono contenta di poter immaginare che quelle domande se l’è fatte e se le sta facendo qualcun altro, qualcuno che chissà, forse prima o poi diventerà il lettore di quel testo. È una fortuna incredibile avere dei lettori, una grazia che già da sola, per quanto mi riguarda, ripaga ogni ambizione. Scrivere e leggere sono le uniche due attività che mi regalano la suprema pienezza: stare sola essendo in compagnia.

 

Nei tuoi libri l’infanzia ha un ruolo importante. Da cosa ha origine questo interesse?

Nei racconti che scrivevo agli inizi c’erano sempre bambini. Ero ossessionata dalla morte dei bambini, forse perché avevo paura di crescere e raccontare storie di bambini che morivano era catartico.

 

Non riesco a parlare di scrittura e scrittori senza parlare di lettura e lettori. Hai già detto molto della genesi della tua passione per i libri, ma che lettrice è diventata nel tempo Simona Vinci? Gusti, idiosincrasie, passioni, autori di culto, autori fondamentali nella formazione …

Sono e sono sempre stata una lettrice onnivora e ondivaga, mi piacciono tutti i generi: giallo, noir, saggi, biografie, fiabe, poesia, tutto a parte i romanzi rosa. Quasi sempre le mie letture in un dato periodo ruotano attorno ad un tema (o a una forma) che ha a che fare con quello che sto scrivendo e dunque la lettura alimenta la scrittura e viceversa, ma devo dire che nonostante da così tanto tempo ormai scrittura e lettura siano per me anche un mestiere, non ho mai perso il gusto di leggere per puro piacere come facevo da bambina. Leggo per distrarmi, leggo per divertirmi, leggo per vivere un’altra vita e per amplificare quella che ho, leggo per nutrirmi dei pensieri di altri, leggo perché leggere mi fa stare bene. Ogni momento della mia vita è segnato da autori diversi, che magari ho molto amato per tantissimi anni e che poi, di colpo, ho smesso di desiderare. In questo momento sono in una pausa d’amore: non c’è nessun autore che mi provochi lo sconcerto e la passione che vorrei, forse è che non sono disponibile all’innamoramento.  O forse accadrà domani!

 

Rifletto sempre sul tipo di equilibrio (o disequilibrio) che si instaura tra le diverse parti della vita di chi non si dedica soltanto alla scrittura (cioè la maggior parte degli scrittori, oggi e forse sempre). Com’è la tua esperienza, sotto questo profilo?

Ho un bambino di due anni e in questi due anni, anzi tre considerando i mesi di gravidanza, è cambiato tutto. Prima, per molti anni, dal 1995 circa, ho avuto l’immensa fortuna di poter vivere di questo mestiere dedicandomi ad esso la gran parte del tempo affiancando lavori di vario genere sempre in campo editoriale, ho lavorato per la radio e per la tv e prima ancora ho avute esperienze lavorative in altri campi che mi hanno comunque sempre lasciato il tempo anche per scrivere. Cosa accadrà nei prossimi anni non lo so. E’ diventato molto più difficile vivere di sola scrittura, ma è vero anche che la scrittura può essere applicata a tanti campi lavorativi diversi, quindi vedremo…

 

Facciamo un’ipotesi assurda, cioè che tu non avessi potuto scrivere (per esempio, perché abitante di un pianeta in cui la scrittura è vietata o per qualunque altra ragione la tua fantasia ti suggerisca). Cos’altro avresti voluto o potuto fare? E comunque, fin da piccola pensavi che saresti stata una scrittrice?

Sì, l’ho sempre pensato. L’uniche altre due cose che mi appassionavano davvero erano il tennis (ma ero una schiappa) e la fotografia. Se non avessi potuto scrivere avrei fatto qualsiasi altra cosa, ma certamente, dato il mio carattere, con difficoltà avrei sopportato – e sopporterei-  lavori di squadra. Ho lavorato per anni tutte le estati in un laboratorio fotografico e mi piaceva. Qualsiasi lavoro possa essere svolto in silenzio (e infatti non ho mai pensato di insegnare!) e con un minimo di creatività ed elasticità, per me va bene. Anche cucinare mi piace.

 

Cosa pensi del mestiere di scrittore oggi? Della crisi del libro? Dello scarso numero di lettori in Italia, a fronte del proliferare di case editrici e anche di pubblicazioni?

Penso che siamo in mezzo a una tempesta e in mezzo alle tempeste è difficile ragionare con lucidità. Forse chi deve tenere il faro alto ha la responsabilità di saper distinguere la direzione e tornare a dare importanza agli autori in termini di conoscenza del mondo che offrono e non soltanto in termini del fatturato che produce un libro in due mesi dall’uscita. La scrittura comunque è dappertutto, anche sui social c’è scrittura, è un mezzo che lega gli esseri umani e li fa comunicare tra loro e insieme a loro si evolve. La scrittura non muore, si rigenera e cambia, ma ce n’è certo più oggi, e a portata di un maggior numero di persone, di quanta non ce ne sia mai stata nella storia dell’umanità. È solo che ha perso un po’ della sua aura. Tocca a noi provare a restituirgliela. Una parola deve essere una parola della quale ti fidi, alla quali ti affidi, non un chiacchiericcio o un rumore di fondo.

 

Progetti letterari in cantiere?

Un romanzo che uscirà nel corso dell’inverno. Appena consegnato. Poi, si vedrà.

 

Grazie per il tuo tempo e le tue risposte.

Grazie a te, di cuore.

 

Rosalia Messina

12 luglio 2014
 
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Rosalia Messina

Sono nata a Palermo nel 1955. Vivo, lavoro e scrivo tra Bologna, Firenze e Catania. Giurista insoddisfatta della prosa in “giuridichese”, mi salvo la vita scrivendo narrativa: tanti racconti, alcuni riuniti in una raccolta, “Prima dell’alba e subito dopo”, Perronelab 2010, i romanzi “Più avanti di qualche passo” (Città del sole edizioni), che da inedito aveva vinto il premio “Angelo Musco” 2012 e, come narrativa edita, ha vinto il premio “Città di Reggio Emilia” 2013), “Marmellata d’arance” (Edizioni Arianna 2013) e “Gli anni d’argento” (Algra Editore 2014), “Morivamo di freddo” (pubblicato in digitale da Durango Edizioni nel 2016, prossimamente edito in cartaceo dalla stessa casa editrice) e il libro per bambini “Favole a colori” (Algra Editore 2015, prossimamente anche in digitale). Credo nella condivisione e nelle possibilità che offre la rete; pubblico su LetteraTu le “Citazioni della domenica” e, di tanto in tanto, anche altro, come per esempio le interviste in “Ritratto di lettore”; su Libreriamo curo la rubrica “Libri e dintorni“, nata sulle ceneri de “La parola all’autore” e infine in rete si trova anche un mio blog – http://rosaliamessina.blogspot.it/ – per il quale spero sempre di trovare più tempo. Ma sotto le quattro ore di sonno non posso andare…

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