Libri e dintorni

Rosalia Messina

Marco Ciriello: riscrivere la realtà, mescolando verità e finzione

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Marco Ciriello è giornalista, autore di romanzi e racconti nonché infaticabile blogger.

 

Marco, non vorrei parlare soltanto della vicenda Prandelli. Ne faccio oggetto della prima domanda, così ci leviamo il pensiero e poi ci dedichiamo ad altri argomenti.

È noto che il tuo ultimo romanzo, Per favore non dite niente, è ispirato a un particolare segmento della vita di Cesare Prandelli. Non vorrei parlare dei risvolti giuridici, delle diffide e di tutto quell’alone vagamente scandalistico che di solito attira l’attenzione voyeuristica del pubblico; mi sembra più interessante la genesi del romanzo, la molla che ti ha spinto a raccontare la storia di un uomo di successo che in un particolare momento mette la sua vita privata, i suoi affetti, al di sopra di ogni altra cosa.

Di questa storia non vorrei più parlare, ogni volta che mi chiedono rispondo che se davvero ci tengono a sapere come è nato Per favore non dite niente c’è questo pezzo che si chiama La soglia Balzac dove si spiega tutto, proprio tutto, genesi e metodo. 

 

Quando hai scritto e poi pubblicato il tuo primo libro pensavi che ne avresti scritti e pubblicati ancora? È stato in quel momento che hai cominciato a pensarti scrittore? Oppure dopo? Oppure mai? Insomma, diventare scrittore per te è stato un percorso inavvertito, alla fine del quale un giorno, guardandoti allo specchio, ti sei detto: toh, guarda, ecco uno scrittore? Oppure è la realizzazione di un progetto?

Volevo avere la possibilità di riscrivere di continuo la realtà, è quello che ho fatto e faccio e spero di continuare a fare, mescolando verità e finzione. E quando ci riesco bene sono gli unici momenti durante i quali sono felice: perché batto il tempo, imbroglio i suoi canoni, faccio vivere assenze. Vivo per questo: per imbrogliare il tempo e i suoi devoti, per smentire i distributori di verità: confondendoli. È questo il mio progetto, è questo che anima tutto quello che scrivo, insieme al divertimento che c’è nell’azione di scrivere.

 

I tuoi blog (Mexican journalism, Herzog) hanno, diciamo così, una forte personalità e quindi non rischiano di scomparire come gocce nell’oceano. Il secondo, soprattutto, per le feroci stroncature di libri altrui. Perché chiamarlo Herzog? E commenti anche, qualche volta,  libri che ti sono piaciuti? O ti sembra irrilevante condividere le impressioni positive?

 

Il primo è un blog di racconti, ritratti e reportage, che nasce con regole precise, quelle del mexicanjournalism

Il secondo è prima di tutto una rubrica di carta (per il Mattino), poi divenuta anche blog, nata proprio perché tutti dicevano bene di tutto, dai tostapane ai Caravaggio, viviamo nel mondo della gradevolezza dove ogni opera viene legittimata dall’espressione “in un certo modo” accompagnata da è “meravigliosa”, “bellissima”, “unica”, bisognava che qualcuno dicesse che escono anche moltissimi libri di merda dai quali si traggono film peggiori, che ci sono un mucchio di errori nelle pagine di cultura, che ci sono marchette enormi, superfavori, omissioni e iperpresenze di scrittori scarsissimi.

Si chiama Herzog per due persone che hanno lo stesso cognome: una reale e l’altra di più, il primo è il personaggio di un romanzo di Saul Bellow che a me piace moltissimo: Moses E. Herzog, e l’altra è il regista Werner Herzog, insieme incarnano la missione e lo spirito della rubrica e del blog.

Certo che scrivo anche bene dei libri, quando davvero ne vale la pena, ora sull’altro blog c’è una recensione mia uscita anche sul Messaggero che dice molto bene di Cartongesso di Francesco Maino.

 

Il romanzo più bello e quello più brutto che hai letto? Un autore (di qualsiasi epoca) che consideri sopravvalutato? E uno che ti sembra sottovalutato?

No, non si può rispondere, siamo tanti libri, persino quelli brutti, quelli dove vediamo gli errori evidenti, la lingua sbagliata, i personaggi pessimi, ci insegnano quello che non dobbiamo fare. Così per l’autore sopravvalutato posso fare un lungo elenco, basta leggere un anno di Herzog per trovarne tanti.

Invece, rispondo per quelli sottovalutati e cerco di farla breve: Tiziano Sclavi, Gian Carlo Fusco, J. Rodolfo Wilcock, Davide Morganti, Luigi Meneghello, Giuseppe Occhiato, Antonio Pizzuto, Gian Maria Volonté, Nicola Pugliese, Aldo Buzzi, Giuseppe Berto, Victor Cavallo, Salvatore Toma, Luigi Malerba, Sebastiano Addamo, Amleto De Silva, Enzo Marangolo, Angelo Fiore, Gennaro Pistilli, Dante Troisi, Angelo Maria Ripellino, Ben Marcus, Aravind Nagpal, Manuel Bonald, Alfred Harris, Manuel Rudovsky e soprattutto Marilynne Robinson, Jean-Patrick Manchette,  Marco Denevi e Daniil Charms. E potrei continuare ancora per ore.    

 

Una raffica intensa di domande che ti avranno fatto mille volte. Cosa pensi dell’editoria italiana? Cosa pensi dei libri digitali? Cosa pensi del fatto che si legge poco e si scrivono moltissimi libri?

Penso che sia scarsa, autoreferenziale, conformista, incapace di lavorare sui progetti e sugli autori, che tende a rassicurare i lettori invece di stupirli, che si fonda sulla serialità non avendo nessun Simenon capace di reggerla, che è gestita perlopiù da gente mediocre che non solo non conosce buona parte del mondo ma persino dell’Italia, incapace di investire, sempre pronta a sposare progetti morti sul nascere, pensa solo a come raccontiamo malissimo il mare. E questo vale sia per i direttori editoriali che per i direttori di giornale, che contribuiscono a produrre pessimi giornalisti che si credono scrittori e pessimi scrittori che si credono grandi editorialisti.

Leggo libri in digitale e in carta, preferisco la carta per una questione di abitudine, ci sono cresciuto in mezzo, tutto qua.

Si legge poco perché la cultura non conta nulla, siamo un paese a pezzi che non valorizza e non ha rispetto per chi scrive davvero, nel senso che ha fatto della scrittura una religione, dove la memoria è una parte del palinsesto notturno delle tv di stato, e dove gli insegnanti arrivano tardi e male alla sicurezza di potersi spendere per educare davvero i ragazzi, in una scuola che si tiene tra le macerie di chi la destruttura di continuo, la logora a nastro. Quando riusciremo ad avere una scuola all’altezza della nostra storia forse ritorneremo ad essere un paese vero, oggi siamo un enorme dormitorio dal quale continuamente vengono sottratti mobili, oggetti, persone e quindi idee.

 

C’è una citazione letteraria alla quale sei particolarmente affezionato, oppure un incipit che ti ha folgorato?

Un verso di Boris Pasternàk: “Vivere una vita non è attraversare un campo”.

 

Grazie per il tuo tempo e le tue risposte.

Rosalia Messina

23 agosto 2014
 
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Rosalia Messina

Sono nata a Palermo nel 1955. Vivo, lavoro e scrivo tra Bologna, Firenze e Catania. Giurista insoddisfatta della prosa in “giuridichese”, mi salvo la vita scrivendo narrativa: tanti racconti, alcuni riuniti in una raccolta, “Prima dell’alba e subito dopo”, Perronelab 2010, i romanzi “Più avanti di qualche passo” (Città del sole edizioni), che da inedito aveva vinto il premio “Angelo Musco” 2012 e, come narrativa edita, ha vinto il premio “Città di Reggio Emilia” 2013), “Marmellata d’arance” (Edizioni Arianna 2013) e “Gli anni d’argento” (Algra Editore 2014), “Morivamo di freddo” (pubblicato in digitale da Durango Edizioni nel 2016, prossimamente edito in cartaceo dalla stessa casa editrice) e il libro per bambini “Favole a colori” (Algra Editore 2015, prossimamente anche in digitale). Credo nella condivisione e nelle possibilità che offre la rete; pubblico su LetteraTu le “Citazioni della domenica” e, di tanto in tanto, anche altro, come per esempio le interviste in “Ritratto di lettore”; su Libreriamo curo la rubrica “Libri e dintorni“, nata sulle ceneri de “La parola all’autore” e infine in rete si trova anche un mio blog – http://rosaliamessina.blogspot.it/ – per il quale spero sempre di trovare più tempo. Ma sotto le quattro ore di sonno non posso andare…

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