Libri e dintorni

Rosalia Messina

Luca Casadio, tra il rigore dell’approccio scientifico e le incursioni anarchiche nella traduzione di emozioni in immagini e parole

MILANO – Luca Casadio è psicoterapeuta, autore di cortometraggi, di testi scientifici e di opere di narrativa. Come ripeto spesso, le esperienze multiformi mi affascinano. Quella di Luca Casadio è una delle più variegate in cui mi sia imbattuta. Non sapendo da dove iniziare, mi tuffo, facendomi guidare dalla curiosità.

 

Luca, tra le cose che hai scritto ho trovato addirittura un testo utilizzato al DAMS, Le immagini della mente. Per una psicoanalisi del cinema, dell’arte e della letteratura, edito da Franco Angeli. Oltre a chiederti di spiegare nel modo più semplice possibile di che tratta il libro, vorrei pregarti di allargare l’orizzonte alle influenze reciproche (se ci sono) fra la tua professione e le tue incursioni nella narrativa e nel raccontare per immagini.

Le immagini della mente è un volume di psicoanalisi dell’arte, un tentativo di cogliere la relazione tra le ultime teorie della mente, almeno quelle emerse in campo psicoanalitico, e i modi di interrogare e interpretare le opere d’arte. Per fortuna, dalle prime opere di Freud, molto distanti dal mondo dell’arte, le cose sono cambiate. In questa disciplina, peraltro sterminata, il rapporto con le immagini è fondamentale. Questo perché le immagini rappresentano, almeno secondo lo psicoanalista inglese Wilfred Bion, la prima traduzione delle emozioni che, per loro natura, sono pre-linguistiche, non rappresentabili e parole. Quello che m’interessa particolarmente, nel campo della narrativa, è proprio questa capacità di creare situazioni, dal grande contenuto emotivo, e immagini; un contenuto intermedio tra la parola e le azioni. Da questo punto di vista, la letteratura si può avvicinare alla musica, grazie al ritmo, e alla poesia, grazie all’uso di immagini e metafore.

 

Quale è stato il tuo primo lavoro narrativo? Ho letto in un’intervista che hai iniziato a scrivere a sedici anni. Di che si trattava? Quale molla ti aveva spinto?

A sedici anni scrivevo poesie e le leggevo in alcuni locali di Roma insieme a poeti più o meno importanti e famosi. Non so esattamente quale fosse la molla che mi spingesse, forse un’insoddisfazione per le mie capacità di espressione, oppure la voglia di arrivare a una comunicazione più ampia, più completa. Prima di finire il Liceo, poi, a una lettura di poesie ho conosciuto Dario Bellezza. Tra noi è nata subito una bella amicizia, nonostante la differenza di età; ci scambiavamo gli scritti e leggevamo insieme i grandi poeti:  Dylan Thomas, Pasolini, che era stato suo amico e maestro, Rimbaud, Pound e Amelia Rosselli. Lo accompagnavo spesso alle terme, per via delle sue allergie, e intanto parlavamo di letteratura, di cinema e di poesia. Mi trattava come un suo pari, con molta naturalezza, senza farmi pesare il suo successo. Da allora, anche quando Dario ci ha lasciati, ho sempre avuto bisogno di coltivare qualcosa che potesse rappresentare me stesso; un segno, un gesto, un’immagine o una parola, per me non faceva nessuna differenza. E non la fa tuttora.

 

E all’esperienza di regista come sei arrivato? Che posto le assegni nella tua scala di preferenze, ammesso che tu ne abbia una?

Ci sono arrivato in maniera anarchica, come al solito, come ho sempre fatto. Così… ho iniziato a realizzare cortometraggi. Ricordo ancora che ho risparmiato a lungo per potermi  comprare una cinepresa Super-8 da un mio amico. Semplicemente ho iniziato a girare dei piccoli film. E poi, per forza di cose, ho dovuto imparare i rudimenti della fotografia e della regia. Mi ispiravo a Tarkowsky, a Parajanov, insomma, anche il quel caso facevo poesia per immagini, e la narrazione era solo un pretesto per creare delle figure che potessero dare un senso alle mie emozioni. Qualcosa che colpisse prima di tutto me stesso. Ho realizzato anche una versione cinematografica de Il muro di Sartre. Non so neanche più quanti anni fa ho vinto il Festival del cinema indipendente di Firenze. E il mio corto è stato proiettato per una settimana intera in un cineclub del capoluogo toscano; un’emozione fortissima. Poi, in virtù del mio piccolo successo, ho chiesto di collaborare con alcune case di produzione cinematografiche e ho realizzato alcuni film ‘ufficiali’ come assistente alla regia e, in seguito, come aiuto-regista. Ma subito dopo ho dovuto smettere, per non togliere troppo spazio allo studio. Infatti, ormai mi ero già laureato in Psicologia e dovevo impegnarmi a fondo nello studio. Così ho iniziato a studiare cinema come psicologo.

 

Ho qualche ritrosia a chiederti della tua esperienza di terapeuta. Chi vive a contatto con il disagio è circondato (almeno ai miei occhi) da un’aura quasi sacrale. Quindi evito di farti domande dirette sul tuo lavoro, sul rapporto con i pazienti e con la sofferenza mentale. Però una domanda più generica e meno invadente voglio azzardarla: hai sempre pensato che saresti stato uno psicoterapeuta, da grande? O sei stato incerto, al momento della scelta universitaria, rispetto ad altri indirizzi?

La mia prima scelta è sempre stata la fisica. Come mio padre. Mio padre era un fisico elettronico che lavorava in una centrale nucleare vicino Roma. Ho sempre amato il suo lavoro e ho sempre pensato di fare lo stesso nella mia vita. A dodici anni mi ha portato nel nocciolo del reattore per mostrarmi il luogo per lui più importante della sua ricerca. Non ho mai pensato di curare nessuno, e tanto meno assumo una postura sacrale. Mai. Più che altro ho sempre avuto una mentalità da scienziato; di chi vuole guardare dentro le ‘cose’ per capirle, per conoscerle a fondo. E questo mi anima anche come terapeuta. Quindi, mi sento fortunato, veramente. Sono alle prese con il più straordinario mistero dell’universo: la soggettività umana. 

 

Ho letto il tuo romanzo Il padrone di casa. Un’opera multistrati, che alterna le vicende di un tuo collega alle prime armi ai deliri del suo padrone di casa, una persona smarrita che riversa le sue angosce in un diario. Il confine tra normalità e follia sembra davvero labile, nella storia che racconti. È così che vedi la realtà?

Certo. Credo che quella tra normalità è patologia sia solo una divisione fittizia, valida solo sulla carta. Qualunque persona abbia mai conosciuto, al Centro d’Igiene Mentale o a teatro, la sera, possiede un ‘mondo’ complesso di rappresentazioni, emozioni e immagini. Magari più o meno ordinate, più o meno gestibili, ma non è questo il punto. Il punto è che non possiamo dirci donne o uomini se non siamo passati almeno all’interno di una crisi, di un momento di difficoltà, di panico o di ‘delirio’. Anzi, direi che per essere sani bisogna essersi ammalati e poi, magari, aver fatto tesoro di quell’esperienza.

 

Scrivere trascina con sé una serie di attività collaterali. Noi, per esempio, ci siamo incontrati in occasione di una selezione di inediti indetta da una casa editrice. Eravamo finalisti ma non siamo stati poi scelti per la pubblicazione. E ci sono le presentazioni, le interviste… Come consideri tutto questo? Effetti indesiderati ma dei quali sai di non poter fare del tutto a meno? O ti diverte questo microcosmo abitato da persone che talvolta ti assomigliano e talvolta senti lontanissime (almeno, questo è quello che accade a me)?

Le attività collaterali, come tu le chiami, spesso sono noiose e ripetitive. Ma a volte, riservano delle sorprese, degli incontri insperati, degli squarci di umanità che ci sorprendono. Mi stupisce sempre la passione di chi trova qualcosa in un libro, e ne rimane colpito. Di chi sa ancora affidarsi a delle pagine, scritte da uno sconosciuto, per scoprire qualcosa di nuovo.  Diciamo che, per me, è molto meglio scrivere che andare in giro e cercare di giustificare perché mi piace scrivere e perché vorrei continuare a farlo, in qualunque modo. In fondo è qualcosa che non so dire e mi dispiacerebbe molto non avere più questa voglia in futuro. Checché se ne dica, penso sia più affascinante la scrivania di uno scrittore, il suo lavoro concreto, più che provare il brivido di un’intervista o di un passaggio televisivo.

 

Cosa ti piace leggere? E c’è un libro o un autore che consideri fondamentale nella tua formazione? Su questa domanda molti autori glissano, non so perché. Ma io continuo a farla.

Leggo di tutto. Anche se ultimamente è sempre più difficile trovare qualcosa che mi prenda totalmente. Da un romanzo, o da un libro di racconti, mi aspetto molto, moltissimo: una descrizione di che cosa può essere una vita, un’esistenza e, allo stesso tempo, anche una ricerca sul linguaggio. Mi piacerebbe trovare sempre qualcosa di nuovo e di prezioso, anche se poi, mi accorgo che non è così facile. Anzi. Molti autori e molti libri sono stati fondamentali per me: quando ero più giovane Louis-Ferdinad Cèline e Thomas Bernhard, soprattutto, per il loro ritmo, per la musicalità ossessiva e ripetitiva dei loro versi. Così nuovi e così graffianti. Li reputo dei geni della scrittura. Ma anche Ingeborg Bachmann, David Foster Wallace, Marguerite Duras, Fernando Pessoa – soprattutto il suo Libro dell’inquietudine, che ho avuto per anni sul cassetto – e poi Raymond Carver, Charles Bukowsky e i Racconti di demonologia di Rick Moody, che ho riletto da poco e ho apprezzato molto, sono stati molto importanti. Hanno rappresentato la mia miglior formazione.

 

Hai in cantiere un progetto, al momento?

Ho sempre dei progetti. Ho terminato di rivedere il romanzo, che mi ha permesso di conoscerti, e mi piacerebbe pubblicarlo, anche se il rapporto con le case editrici è complicatissimo, sembrano lontani, quasi inaccessibili, barricati. Quasi che non avessero bisogno anche loro di scrittori. Poi, con degli amici, scrittori e registi, abbiamo messo su un collettivo letterario molto interessante. E’ stato divertente lavorare insieme. Abbiamo realizzato un manifesto, alcuni racconti folli e inusuali, che vorrebbero raccontare tutto quello che la letteratura, soprattutto italiana, non dice, e, in ultimo, anche una novel story, una letteratura per immagini. Insomma, si tratta di un progetto completo e organico che stiamo cercando di proporre alle case editrici. Poi ho appena finito di scrivere un volume dedicato all’arte, per proseguire il mio filone di studi, e ho già in mente un altro lavoro sulle immagini. Diciamo che, se tutto va bene, sarò felicemente occupato per i prossimi anni.

 

Grazie, Luca, per il tuo tempo e le tue risposte.

Rosalia Messina

5 luglio 2014
 
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Rosalia Messina

Sono nata a Palermo nel 1955. Vivo, lavoro e scrivo tra Bologna, Firenze e Catania. Giurista insoddisfatta della prosa in “giuridichese”, mi salvo la vita scrivendo narrativa: tanti racconti, alcuni riuniti in una raccolta, “Prima dell’alba e subito dopo”, Perronelab 2010, i romanzi “Più avanti di qualche passo” (Città del sole edizioni), che da inedito aveva vinto il premio “Angelo Musco” 2012 e, come narrativa edita, ha vinto il premio “Città di Reggio Emilia” 2013), “Marmellata d’arance” (Edizioni Arianna 2013) e “Gli anni d’argento” (Algra Editore 2014), “Morivamo di freddo” (pubblicato in digitale da Durango Edizioni nel 2016, prossimamente edito in cartaceo dalla stessa casa editrice) e il libro per bambini “Favole a colori” (Algra Editore 2015, prossimamente anche in digitale). Credo nella condivisione e nelle possibilità che offre la rete; pubblico su LetteraTu le “Citazioni della domenica” e, di tanto in tanto, anche altro, come per esempio le interviste in “Ritratto di lettore”; su Libreriamo curo la rubrica “Libri e dintorni“, nata sulle ceneri de “La parola all’autore” e infine in rete si trova anche un mio blog – http://rosaliamessina.blogspot.it/ – per il quale spero sempre di trovare più tempo. Ma sotto le quattro ore di sonno non posso andare…

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