Libri e dintorni

Rosalia Messina

Giorgio Vasta, la scrittura tra invenzione di senso e consapevolezza dei fallimenti

Giorgio Vasta, nato a Palermo, vive e lavora a Roma. È autore del romanzo Il tempo materiale (minimum fax, 2008) e di Spaesamento (Laterza, 2010).

 

Ogni autore ha un suo peculiare rapporto con la scrittura. A volte penso che in diversi momenti dell’esistenza la scrittura può significare cose diverse: un mestiere, una necessità profonda, il canale privilegiato della comunicazione, per buttarne lì alcune che mi vengono in mente per prime. Per lei, Giorgio Vasta, cos’è la scrittura, o cosa è in questo momento?

Penso che a questo punto la scrittura sia per me qualcosa che oscilla – dipende dai momenti – tra due percezioni teoricamente opposte ma in realtà prossime, vale a dire il lenimento e il fallimento. Se la scrittura è la sintesi dell’unica cosa che nel corso degli anni sono riuscito a fare (nel senso che ricavo la sensazione di avere fatto qualcosa quando questo qualcosa coincide con un manufatto linguistico), e se al contempo la scrittura è il condensato, per contrasto, di tutto quello che non ho imparato, di tutto ciò che a qualsiasi livello ho ignorato o trascurato, allora in alcuni momenti (rari) la scrittura coinciderà con un senso di pienezza, persino con un microscopico orgoglio, con la consolazione, con – appunto – il lenimento, e con una complessiva invenzione di senso, mentre per la maggior parte del tempo sarà l’emblema della mia inadeguatezza, il promemoria di tutto quello che non ho fatto: il riepilogo tragicomico di tutte le mie incapacità.

 

La Palermo del suo primo romanzo, Il tempo materiale, non è − mi sembra − una cornice necessitata della storia dei tre protagonisti del romanzo e delle loro gesta. La storia di Nimbo, Volo e Raggio potrebbe collocarsi indifferentemente in qualunque città italiana oppure, secondo lei, non poteva che essere Palermo la città in cui si muove questa piccola banda criminale che replica le imprese delle Brigate Rosse nel fatidico 1978?

Il tempo materiale è ambientato a Palermo perché Palermo è la città in cui sono nato e cresciuto (nonché, e non è un fatto secondario, da cui me ne sono andato), dunque il luogo che le circostanze mi permettono di percepire come spazio reale e insieme come una specie di fantasma dell’origine. Inoltre Palermo continua a essere per me un luogo con cui non c’è conciliazione possibile ma un ininterrotto conflitto. Messo a fuoco questo vincolo, provando a dare una giustificazione narrativa a quella che di fatto è una non-scelta, mi sono reso conto che per la storia che stavo provando a raccontare Palermo tornava utile proprio perché periferica, durante gli anni Settanta, rispetto alle vicende legate alla lotta armata. Questa lateralità poteva venire interpretata dai personaggi del romanzo come qualcosa a cui reagire, potevano cioè pretendere di muoversi con le loro azioni dal margine verso la mitizzazione di un centro.

 

Spaesamento è un libro diverso, del quale è stato a volte sottolineato il difficile incasellamento nella categoria precisa del romanzo o in quella del saggio, rilevandosene la natura ibrida. La storia è ancora una volta ambientata a Palermo, città, come dicvamo, in cui lei è nato e in cui però non vive; che cosa rappresenta, infine, questa città per lei come autore?

È vero, Spaesamento è percepito come un ibrido, immagino a partire dalla sua collocazione in una collana di Laterza, Contromano, che ospita soprattutto reportage narrativi. Per quanto mi riguarda – e in questo senso mi conforta la scelta dell’editore francese di pubblicare Spaesamento nella stessa collana di narrativa straniera in cui era uscito Il tempo materiale – si tratta a tutti gli effetti di un romanzo. C’è fra l’altro una continuità con il libro precedente perché Spaesamento può essere pensato come un ritorno, oltre trent’anni dopo il 1978, nella città di Il tempo materiale. E dunque è come se Palermo agisse da magnete costringendo la narrazione a un movimento centripeto, e del resto è vero che nella mia immaginazione Palermo tende, anche mio malgrado (nel senso che ho fatto dei tentativi – fin qui improduttivi – di allontanare le storie da quella città), a risultare imprescindibile. Ancora una volta, tutto ciò non ha a che fare con l’idea per cui a Palermo certe cose si capiscono meglio che altrove. Sono io, per la ragione accidentale di esserci nato e cresciuto, a vedere (e a immaginare di capire) le cose in un modo più chiaro a Palermo. In sostanza il mio tentativo è quello di trasformare un limite strutturale in vantaggio.

 

Gli scrittori sono innanzitutto lettori. Cosa legge Giorgio Vasta? Quali libri o autori considera fondamentali nella sua formazione?

Leggo soprattutto narrativa italiana, e mi sembra naturale provando curiosità nei confronti degli immaginari narrativi contemporanei nonché della lingua, o meglio dei diversi modi in cui ogni autore mette in scena l’italiano. In questo senso, una formazione che è iniziata con le letture di – faccio alcuni nomi sapendo di non avvicinarmi neppure lontanamente a esaurire quella costellazione di autori che mi sono serviti (e mi servono) da stella polare – Gadda, Tozzi, Collodi, Morselli, Cassola, Dossi, Volponi, Landolfi, Manganelli e, come detto, tantissimi altri – prosegue con la lettura di Falco, Genna, Veronesi, Nori, Mozzi, Mari, Starnone, Nove, Cavazzoni e tantissimi altri. Si tratta in sostanza di una formazione in continuo divenire.

 

 

Progetti letterari per il futuro?

Dall’inizio del 2011 – anche se i primi appunti risalgono all’autunno del 2008 – sto lavorando a un romanzo che non ho ancora terminato, conto di farlo a breve; sto lavorando anche a un libro che racconta un viaggio che ho fatto nell’ottobre del 2013 negli Stati Uniti in cerca di ghost town, di spazi abbandonati e in generale di forme del disabitare. Ho appunti per un paio di altri progetti ma per il momento li tengo fermi, devo prima concludere quello che ho cominciato.

 

Grazie per il suo tempo e le sue risposte.

Grazie a voi per le domande.

Rosalia Messina

15 novembre 2014

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Rosalia Messina

Sono nata a Palermo nel 1955. Vivo, lavoro e scrivo tra Bologna, Firenze e Catania. Giurista insoddisfatta della prosa in “giuridichese”, mi salvo la vita scrivendo narrativa: tanti racconti, alcuni riuniti in una raccolta, “Prima dell’alba e subito dopo”, Perronelab 2010, i romanzi “Più avanti di qualche passo” (Città del sole edizioni), che da inedito aveva vinto il premio “Angelo Musco” 2012 e, come narrativa edita, ha vinto il premio “Città di Reggio Emilia” 2013), “Marmellata d’arance” (Edizioni Arianna 2013) e “Gli anni d’argento” (Algra Editore 2014), “Morivamo di freddo” (pubblicato in digitale da Durango Edizioni nel 2016, prossimamente edito in cartaceo dalla stessa casa editrice) e il libro per bambini “Favole a colori” (Algra Editore 2015, prossimamente anche in digitale). Credo nella condivisione e nelle possibilità che offre la rete; pubblico su LetteraTu le “Citazioni della domenica” e, di tanto in tanto, anche altro, come per esempio le interviste in “Ritratto di lettore”; su Libreriamo curo la rubrica “Libri e dintorni“, nata sulle ceneri de “La parola all’autore” e infine in rete si trova anche un mio blog – http://rosaliamessina.blogspot.it/ – per il quale spero sempre di trovare più tempo. Ma sotto le quattro ore di sonno non posso andare…

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