Libri e dintorni

Rosalia Messina

Francesco Mari, scrivere e leggere come ”forma di resistenza non violenta, quasi gandhiana, all’utilitarismo selvaggio dei nostri anni”

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Francesco Mari è nato 47 anni fa a Napoli, dove tutt’ora vive e lavora. Ha fatto studi classici, ma non specificamente letterari (è laureato in filosofia).

 

Francesco, ho letto in rete un pezzo in cui racconti come nasce l’idea di scrivere La ragazza di Scampia (http://lemeraviglie.net/2014/09/la-ragazza-di-scampia-francesco-mari). È un articolo molto interessante, che si apre con una citazione di Giorgio Manganelli, «Non si sa mica cosa succede, quando ci si mette a scrivere». E termina con una tua considerazione, cioè che «non si sa mica cosa succede, quando ci si mette a leggere. Altro grandissimo mistero». Prima dunque di parlare del tuo libro, cosa che faremo tra poco, vorrei che tu commentassi queste due frasi, che insomma parlassi di te scrittore e di te lettore. Che scrittore sei, come lavori, quando lavori, cosa è per te la scrittura? E che lettore sei, cosa ami leggere, quali libri o autori consideri fondamentali nella tua formazione?

La frase di Manganelli è per me la sola stella polare quando scrivo. Sì, abbozzo schemi, canovacci, ecc., ho più o meno delle suggestioni in testa, delle idee (vaghe) che cerco di inseguire, ma è sempre ciò che viene fuori scrivendo, e che spesso ti conduce anche lontano dal tuo punto di partenza, ciò che più conta. C’è una “performance” della scrittura che si realizza sulla pagina e che va al di là delle intenzioni dello scrittore. Ed è lì che il testo vince o perde la sua “battaglia”, non nella rispondenza ai canoni estetici o ideologici dell’autore. Il testo è sempre, alla fine, un intero maggiore della somma delle sue parti, qualcosa che eccede le sue componenti e il suo compositore. Per me la scrittura è cercare ogni volta l’accesso a una parte di me che, prima e fuori dell’atto di mettermi a scrivere, non c’è. E ha a che fare in prima battuta con un tono di voce, un’intonazione, un umore che si traduce in scatto o scarto linguistico, un giro musicale della frase…

Ma se come scrittore sono legato a quello che so e riesco a fare, ai miei limiti immaginativi e linguistici, come lettore sono libero di andare a passeggiare dove voglio, e spesso leggo cose molto lontane da me e dal mio tipo di scrittura. Anche lì il piacere e la sorpresa sono i miei princìpi – guida, ma li ritengo tutt’altro che princìpi solipsisti o “asociali”: scrivere e leggere, oggi, nella loro “gratuità”, inseguendo il piacere corporeo e mentale che possono dare (sì, anche corporeo!), suonano quasi come atti scandalosi, anomali, anti-economici per eccellenza. Io li vedo come una forma di resistenza non violenta, quasi gandhiana, all’utilitarismo selvaggio dei nostri anni.

  Autori fondamentali per me: fra i classici direi Leopardi e Dostoevskij; fra i contemporanei, in Italia, Brancati, Campanile, Calvino e Celati, come stranieri Hemingway e John Fante. Però ci sono anche poeti come Giorgio Caproni e Giovanni Giudici, e devo dire che il cinema (hollywoodiano e non) è stato ed è almeno altrettanto influente per quanto mi riguarda…     

 

Parliamo adesso del tuo romanzo, di Napoli e della napoletanità, della tua napoletanità, di come Napoli e la napoletanità influenzino la tua scrittura.

Napoli è un punto di riferimento per me fondamentale, imprescindibile. Il legame con i propri luoghi d’origine, con le proprie origini tout court anzi, è importante per ogni uomo, che scriva oppure no. Il senso di appartenenza a una terra e al suo paesaggio umano e geografico, quando non degenera in becera ideologia localista, è un valore, anche quando vissuta in modo contrastato, dialettico. Penso a Brancati, uno dei massimi scrittori del Novecento italiano: la sua “sicilianità” era di sicuro un punto di forza della sua scrittura, non una limitazione.

Quanto a me, ho sentito il bisogno di raccontare di Napoli, di raccontare una storia che ha a tutti gli effetti Napoli tra i suoi protagonisti (Scampia vale un po’ come la parte per il tutto), perché, nonostante la corposa letteratura che la città ha prodotto e continua a produrre su di sé, c’era una domanda che mi girava in testa: ma di cosa parliamo quando parliamo di Napoli? In realtà, oggi è la domanda da cui si dovrebbe ripartire su quasi tutto…

 

È molto interessante, nel tuo romanzo, il tema del rapporto tra realtà e finzione; come sempre, quando la letteratura si interessa di questa tematica (cito, fra altri esempi che si possono fare, un autore a me molto caro e non soltanto perché siciliano come me, Pirandello), le trame si colorano di paradosso. In questo caso, il protagonista del libro, Franco, che è uno scrittore, deve convincere un editor che la storia narrata nel manoscritto che vorrebbe veder pubblicato è una storia vera, quindi una storia che potrebbe far vendere parecchie copie.

Il paradosso oggi è nelle cose, mi verrebbe da dire. Il più realista degli scrittori oggi sa che la “realtà” comunemente accettata per tale è innanzitutto il racconto dei media, e che è sotto quando non “contro” questo racconto che lui dovrà scavare, nei modi che più gli sono congeniali. Ha ragione Walter Siti, oggi «il realismo è l’impossibile» (titolo di un suo breve saggio letterario): chi vuole raccontare la realtà deve anzitutto produrre uno scarto rispetto agli stereotipi, ai cliché correnti. Come dire che oggi la letteratura può farsi “specchio della realtà” (la formula-base di ogni realismo) a patto di essere uno specchio deformante rispetto al modello imposto di racconto della realtà, quando non addirittura uno specchio ustorio! Nel caso di Franco, il mio protagonista, lui opina che se il suo reportage romanzato risulterà credibile, verrà venduto come “letteratura della realtà”, farà successo come “letteratura sociale”, e questo nonostante sia inventato di sana pianta! Il paradosso è che, alla fine, i fatti gli daranno ragione…

 

Un’altra tematica interessante è quella del dialogo fra meridionali e settentrionali. Non è casuale, penso, che tu abbia scelto per il tuo protagonista un editor settentrionale.

Non è casuale, certo. Da un lato, c’era il discorso sui luoghi comuni (l’impiegato napoletano sfaticato, l’editor milanese pragmatico ecc.): l’idea di volerli rappresentare come sfida a fare qualcosa di nuovo con materiali “usati”; dall’altro c’era un dato polemico: l’impressione che la Napoli “noir a cielo aperto” di cui parla Alberigo Trieste, il personaggio dell’editor del mio romanzo, “tiri” molto al Nord, almeno quanto la pizza e il limoncello! Basta seguire con un po’ di attenzione il trattamento di alcuni casi di cronaca recente sui giornali o alla tv, o l’insistenza di certi reportage a sfondo “dark”, per rendersi conto di come, se l’illegalità o il crimine vengono da Napoli, fanno più effetto a raccontarli. 

 

Adesso ti faccio una domanda alla quale gli autori reagiscono, in genere, in due o tre modi: è stato difficile trovare un editore per il tuo romanzo? Un editore, fra l’altro, non piccolo e sconosciuto. Nella mia esperienza di intervistatrice, c’è chi glissa; c’è chi parla delle difficoltà degli esordienti, delle lunghe ricerche, dei numerosi rifiuti; c’è chi nega l’esistenza di un problema. Tu cosa puoi dire in proposito?

La ragazza di Scampia ha fatto i suoi bravi giri per case editrici e ha ricevuto la sua brava dose di rifiuti, più o meno come tutti i manoscritti di esordienti. L’incontro con Fazi è avvenuto per caso, in rete, attraverso il blog de Le Meraviglie, la collana umoristica diretta da Alice Di Stefano. Chiedevano di mandare le prime cinquanta pagine. Dopo averle lette, mi hanno chiesto anche le altre.

 

Stai già lavorando a un altro libro?

Sì, ho rimesso mano a materiali precedenti, come prima stesura, a La ragazza di Scampia.

 

Grazie, Francesco, per il tuo tempo e le tue risposte.

Grazie a te.

 

Lia Messina

 

27 dicembre 2014

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Rosalia Messina

Sono nata a Palermo nel 1955. Vivo, lavoro e scrivo tra Bologna, Firenze e Catania. Giurista insoddisfatta della prosa in “giuridichese”, mi salvo la vita scrivendo narrativa: tanti racconti, alcuni riuniti in una raccolta, “Prima dell’alba e subito dopo”, Perronelab 2010, i romanzi “Più avanti di qualche passo” (Città del sole edizioni), che da inedito aveva vinto il premio “Angelo Musco” 2012 e, come narrativa edita, ha vinto il premio “Città di Reggio Emilia” 2013), “Marmellata d’arance” (Edizioni Arianna 2013) e “Gli anni d’argento” (Algra Editore 2014), “Morivamo di freddo” (pubblicato in digitale da Durango Edizioni nel 2016, prossimamente edito in cartaceo dalla stessa casa editrice) e il libro per bambini “Favole a colori” (Algra Editore 2015, prossimamente anche in digitale). Credo nella condivisione e nelle possibilità che offre la rete; pubblico su LetteraTu le “Citazioni della domenica” e, di tanto in tanto, anche altro, come per esempio le interviste in “Ritratto di lettore”; su Libreriamo curo la rubrica “Libri e dintorni“, nata sulle ceneri de “La parola all’autore” e infine in rete si trova anche un mio blog – http://rosaliamessina.blogspot.it/ – per il quale spero sempre di trovare più tempo. Ma sotto le quattro ore di sonno non posso andare…

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