Libri e dintorni

Rosalia Messina

Conversazione con Simone Giorgi, autore del romanzo “L’ultima famiglia felice”

Conversazione con Simone Giorgi, autore del romanzo "L’ultima famiglia felice"

Il romanzo d’esordio di Simone Giorgi, L’ultima famiglia felice, è stato segnalato con menzione speciale al Premio Calvino 2014.

 

Simone, un autore esordiente alcune domande di rito deve aspettarsele. Perché i lettori si chiedono come nasce un autore, sono curiosi di scoprire come e quando dal piacere di scrivere si passa all’idea del libro. Percorsi diversi per ciascuno scrittore, ovviamente, e proprio per questo interessanti. Vuoi parlare del tuo?

Io ho iniziato a scrivere tardi, verso i vent’anni. Del resto solo a diciannove ho cominciato a leggere davvero. Un libro dopo l’altro, sempre più velocemente, come una specie di sfida per recuperare il tempo perduto. E parallelamente ho iniziato a scrivere. Per dieci anni ho ammucchiato un bel po’ di racconti e romanzi: una palestra senza esiti immediati, ma forse necessaria per prendere dimestichezza con la scrittura. Alla soglia dei 30 anni, ho iniziato a lavorare – in modo intenso, quasi totalizzante, ma forse non troppo ordinato: continui rimaneggiamenti, tagli, cambi nel punto di vista, nella struttura, nello stile – a un romanzo. Si chiamava Il peggio è passato, e ho provato a mandarlo al Premio Calvino nel 2012. Sono arrivato in finale, ma nessun contratto editoriale. Così nel 2014 ci ho provato ancora, con L’ultima famiglia felice. E stavolta, a quasi quindici anni di distanza da quando ho iniziato a scrivere, oltre alla finale del Calvino è arrivata anche la pubblicazione.

 

Il Calvino, ecco un’altra domanda necessaria. Speravi di farcela, credevi abbastanza in te stesso da considerare probabile l’esito positivo? E dopo la menzione speciale cosa è accaduto, come sei arrivato alla pubblicazione con Einaudi?

Beh, la speranza di farcela c’è sempre, come pure il timore di non riuscire. Per fortuna, al secondo tentativo è andata bene: la finale, quindi la menzione speciale, poi le ottime parole spese da alcuni giurati, e l’immediato interesse di alcuni editori. Neppure una settimana dopo, Einaudi Stile Libero si è fatta avanti con decisione. Non avrei potuto desiderare di meglio. Certo, l’uscita del libro non sarebbe stata immediata, dovevo attendere quasi altri due anni, fino al gennaio 2016. Fortuna che, come capita a chi vuole esordire, la pazienza era ormai un’abitudine. E stavolta si trattava di un’attesa molto più serena. Poi, finalmente, ora il libro è arrivato in libreria. A questo punto, di nuovo, non resta che aspettare: che escano le recensioni, che i lettori leggano. Comincio a sospettare che la faccenda sia tutta qui: una raffinata e a tratti diabolica attesa, un arabesco di pazienza.

 

Un libro che parla della famiglia. Tema molto arato, eppure intramontabile. Non facile, a mio avviso; è più facile conquistare lettori (e anche editori, credo, a giudicare da quello che si pubblica) con le storie noir, pulp, sangue e indagini, pallottole e aule giudiziarie. Che ne pensa Simone Giorgi, che ha raccontato la cosa più complicata che ci sia da raccontare proprio perché tutti pensano di saperne abbastanza (e tutti hanno infatti ricette da proporre), un groviglio familiare?

Difficile sapere in anticipo cosa cerca un editore, soprattutto per chi non fa parte del mondo editoriale. Certo, i libri di genere hanno un loro mercato, ma non sono sicuro che esista un tipo di narrazione in grado di attirare a prescindere un editore. Dipende, credo, da molti fattori, non ultimo la fortuna di trovarsi al posto giusto nel momento giusto con l’interlocutore giusto. I lettori, poi: io non credo che esista una formula magica, un genere letterario in grado di funzionare sempre. I lettori sono uomini e donne e ragazzi e ragazze con un nome, un cognome, un lavoro, problemi, momenti più o meno facili. Sono persone, e dunque ognuna diversa dall’altra, imprevedibili persino a loro stesse. O almeno imprevedibili per me. In questi anni spesi a cercare un editore, ho letto tantissimi best-seller: non sono riuscito a trovare un filo rosso che colleghi tra loro i successi, una formula comune. Ho cercato anche di leggere la maggior parte delle novità editoriali, sopratutto gli esordienti italiani. Neppure qui ho trovato un vero denominatore comune. Non voglio dire che non ci sia, dico che io non sono riuscito a trovarlo. Allora ho provato a crearmi una mia strada, e ho scommesso proprio su quello che dici tu, cioè affrontare un tema – la famiglia – a cui tutti sono giocoforza sensibili, e su cui tutti prima o poi si sono interrogati, provando a reinterpretarlo in una chiave nuova, o che almeno a me sembrava nuova: scavare nelle pieghe di una famiglia felice non per trovarci del sordido, ma per scoprire che nessuna felicità è incontaminata, nessuna assoluta.

 

Ho trovato molto interessante il particolare nodo della famiglia “felice” descritta nel tuo romanzo: il bisogno di un’autorità che non c’è. Il bisogno paradossale di ribellarsi all’assenza di costrizione. L’esigenza di avere confini, di sentire i limiti. Era questo che volevi fin dall’inizio rappresentare o i personaggi, come a volte accade, ti hanno preso la mano e ti hanno raccontato la storia che poi è finita sulle pagine?

Era uno dei temi di fondo, quanto sia labile il confine tra essere autoritari e essere autorevoli. E l’impossibilità di sottrarsi al gioco di potere che sottende, alimenta e corrode ogni rapporto umano, anche il più amorevole. Da questo punto di vista i personaggi non hanno riservato sorprese, per così dire: avevo elaborato uno schema piuttosto dettagliato, e l’ho seguito. Ho cercato di lavorare in modo scrupoloso, con una lunga e approfondita fase di preparazione. Così, quando ho iniziato a scrivere, avevo le idee piuttosto chiare, e tutto è andato come avevo immaginato. Finale del romanzo a parte: Stefano, uno dei protagonisti del libro, con i suoi tredici anni e la sua voglia di ribellione, si adattava a fatica alla conclusione che avevo immaginato, e in quel caso ha fatto di testa sua, costringendomi a riscrivere l’epilogo della storia.

 

Cosa legge un giovane scrittore come Simone Giorgi? Ci sono autori e/o libri che ti hanno influenzato? Qual è l’ultimo libro che hai letto? E l’ultimo che ti ha appassionato?

Leggo quasi solo romanzi, o al più biografie. In assenza di una storia, fatico a mantenere viva la mia attenzione. Mi serve una trama, per poterne poi evadere e rimuginare. I libri che mi hanno influenzato sono tanti, e non sono neppure sicuro che mi abbiano influenzato davvero. La verità è che vorrei che lo avessero fatto, perché sono libri che ho amato, e sarei fiero di essermi messo nella loro scia. Cito i primi che, senza un vero motivo, mi vengono alla mente: I falsari di Gide, I Fratelli Karamazov, Pornografia di Gombrowicz, Via Gemito di Starnone, La settimana bianca di Carrère, Tu, sanguinosa infanzia di Mari, Quel che sapeva Maisie e Il giro di vite di Henry James. E poi ancora Storia della mia purezza di Pacifico, Pastorale americana di Roth, Con le peggiori intenzioni di Piperno. E decine di altri, troppi – e troppo diversi – perché possa sperare davvero di averne tratto qualcosa. Forse, poi, sulla stesura de L’ultima famiglia felice hanno influito più che altro testi teatrali, soprattutto per la composizione del capitolo finale. L’ultimo libro che ho letto: Asparagi e l’immortalità dell’anima di Campanile. L’ultimo che mi ha appassionato: Panorama di Tommaso Pincio.

 

Ma tu da grande vuoi fare lo scrittore a tempo pieno? È una fortuna che capita a pochi. Tu come immagini che andrà? Cosa sogni?

Certo, fare della scrittura una professione stabile non mi dispiacerebbe. Le possibilità però mi sembrano poche al momento, giustamente tu hai sottolineato che si tratta di un privilegio molto raro. Sarebbe meglio non farsi illusioni, e non perdersi dietro a sogni a occhi aperti. Nel romanzo Matteo Stella, un professionista dei sogni a occhi aperti, arriverà a considerarli nemici della serenità: fanno sembrare risibile ogni conquista. Nulla può reggere il confronto con le aspettative; nella mente, tra grandeur e lavoro di cesello, possiamo comporre scenari fittizi più soddisfacenti di qualsivoglia situazione reale. Dunque per ora provo a godermi l’esordio. In futuro, chissà.

 

A cosa stai lavorando adesso?

Nulla di concreto. Inseguo un po’ di storie, vediamo se prima o poi qualcuna si lascia acchiappare.

 

Grazie, Simone, per il tuo tempo e le tue risposte.

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Rosalia Messina

Sono nata a Palermo nel 1955. Vivo, lavoro e scrivo tra Bologna, Firenze e Catania. Giurista insoddisfatta della prosa in “giuridichese”, mi salvo la vita scrivendo narrativa: tanti racconti, alcuni riuniti in una raccolta, “Prima dell’alba e subito dopo”, Perronelab 2010, i romanzi “Più avanti di qualche passo” (Città del sole edizioni), che da inedito aveva vinto il premio “Angelo Musco” 2012 e, come narrativa edita, ha vinto il premio “Città di Reggio Emilia” 2013), “Marmellata d’arance” (Edizioni Arianna 2013) e “Gli anni d’argento” (Algra Editore 2014), “Morivamo di freddo” (pubblicato in digitale da Durango Edizioni nel 2016, prossimamente edito in cartaceo dalla stessa casa editrice) e il libro per bambini “Favole a colori” (Algra Editore 2015, prossimamente anche in digitale). Credo nella condivisione e nelle possibilità che offre la rete; pubblico su LetteraTu le “Citazioni della domenica” e, di tanto in tanto, anche altro, come per esempio le interviste in “Ritratto di lettore”; su Libreriamo curo la rubrica “Libri e dintorni“, nata sulle ceneri de “La parola all’autore” e infine in rete si trova anche un mio blog – http://rosaliamessina.blogspot.it/ – per il quale spero sempre di trovare più tempo. Ma sotto le quattro ore di sonno non posso andare…

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