Libri e dintorni

Rosalia Messina

Conversazione con l’avvocato e scrittore Michele Navarra

Conversazione con l’avvocato e scrittore Michele Navarra

Michele Navarra, romano, è avvocato penalista e autore di romanzi molto apprezzati, l’ultimo dei quali, Solo la verità, è stato pubblicato di recente da Novecento Editore. Ha esordito nel 2007 con L’ultima occasione (Il Filo Editore); con la casa editrice Giuffrè ha pubblicato Per non aver commesso il fatto (2010) e Una questione di principio (2013).

 

Michele, te lo avranno chiesto molte volte e forse la domanda ti annoierà. Sono davvero tanti i giuristi che scrivono. La maggior parte di loro scrive storie che in qualche modo ruotano intono alle vicende criminali, cioè il loro pane quotidiano: Gianrico Carofiglio, Aldo Costa, Gianluca Arrighi giusto per citarne alcuni. Ma è un fenomeno solo italiano? E nel tuo caso in particolare, com’è germogliata la scrittura letteraria dalla scrittura forense? Perché questo va detto, le professioni legali obbligano a scrivere tanto… e invece di svagarsi poi coltivando rose cosa fanno i giuristi? Scrivono storie inventate. Com’è andata per te?

Penso che il fenomeno dei cosiddetti “giuristi scrittori” non sia affatto esclusivamente italiano, basti pensare, tanto per fare qualche esempio, a John Grisham e Scott Turow, entrambi avvocati statunitensi, oppure, per restare nel vecchio continente, al tedesco Ferdinand Von Schirach, anch’egli affermato avvocato penalista. L’Italia non si sottrae a questa tendenza generale che vede molti autori di estrazione latamente giudiziaria (magistrati, avvocati, ufficiali giudiziari, ecc.) cimentarsi con la scrittura creativa. È significativo che il mio ultimo romanzo Solo la verità sia stato pubblicato appunto all’interno di una raccolta editoriale denominata “Versus – giuristi raccontano”, una collana di narrativa «che raccoglie racconti, romanzi e comunque “lettere” di coloro che si occupano professionalmente di diritto, proprio perché la capacità rappresentativa di questa variegata comunità professionale e le storie che ne costituiscono il substrato, se liberate dalla liturgia che inevitabilmente presidia la pratica quotidiana, diventano altrettante credenziali per la cittadinanza nella letteratura». Per quanto riguarda la mia esperienza personale, posso dirti che ho cominciato a scrivere storie di ambientazione giudiziaria sostanzialmente per due ordini di motivi: il disagio via via più forte che provavo per la professione di avvocato, sempre più complicata e carica di responsabilità, unitamente al desiderio di raccontare e descrivere con esattezza il mondo giudiziario italiano, i suoi aspetti accattivanti e le sue disfunzioni, senza voli di fantasia, senza eccessive “americanate” (del tutto fuori luogo se applicate al nostro, pur bellissimo e avvincente, sistema processuale). Ero insomma animato da un intento più “divulgativo” che “pedagogico” (non avevo alcuna intenzione di scrivere un noioso trattato di diritto e procedura penale), cui si aggiungeva l’opportunità, davvero formidabile, di poter utilizzare un “avvocato di carta” per far dire tante cose che, forse, a un avvocato “in carne ed ossa” non sarebbe stato consentito dire. Ci tengo a precisare, però, che mi piace anche (provare a) coltivare le rose e le piante in genere (soprattutto i peperoncini, dono di mia figlia piccola), con scarsissimi risultati con le rose, molto più brillanti coi peperoncini…

 

Ma che bello, rose o peperoncini che importa? La pianta di peperoncino è molto bella, se nasce dal dono di una figlia, poi…

Il protagonista dei tuoi romanzi è Alessandro Gordiani, un avvocato. Un alter ego? Una proiezione?

Come puoi immaginare, si tratta di una richiesta che, in pratica, mi viene rivolta quasi sempre, ma nel tuo caso la domanda, per come è stata formulata, contiene anche un’ottima intuizione, in sostanza una sorta di risposta. È usuale che, spesso, il protagonista d’un romanzo somigli per certi versi al suo autore, in special modo quando entrambi svolgono la stessa professione. Il bagaglio culturale e di esperienze, il modo di sentire la vita, le regole e la professione, le ansie, le paure, gli slanci di coraggio fanno parte – credo sia naturale – sia del personaggio che del suo creatore. Alessandro Gordiani non può certo definirsi un mio alter ego, sebbene, soprattutto all’inizio, quando questa avventura letteraria è cominciata una decina d’anni fa, mi somigliava e non poco (soprattutto caratterialmente). Successivamente, col procedere della scrittura (e col susseguirsi dei romanzi), Alessandro, pur continuando a somigliarmi (e ad attingere a piene mani dalla mia personale esperienza professionale e umana) ha acquisito una sua propria personalità, una sua dimensione autonoma e indipendente, finendo per diventare ciò che io avrei voluto e vorrei essere, una “proiezione” appunto, piuttosto che ciò che sono realmente. Insomma, lo debbo confessare: Alessandro Gordiani è un avvocato molto migliore di quanto io potrò mai essere.

 

Scrittura e vita si intrecciano in modi imprevedibili e diversi per ciascun autore e la tua risposta su questo argomento è molto interessante.

Ma adesso arriva la domanda che faccio sempre agli autori: le letture. Sicuramente leggi gialli, noir e polizieschi, almeno così immagino. Leggi anche letteratura di altro genere? Quale libro c’è per ora sul tuo comodino?

Sono un lettore onnivoro e lo sono sempre stato, fin da bambino. Ho appena terminato di leggere L’amica geniale di Elena Ferrante e mi accingo a cominciare 22/11/’63 di Stephen King e Middlesex di Jeffrey Eugenides. Più trasversale di così…

 

Solo la verità racconta una storia molto dura. L’ossatura centrale può sintetizzarsi in poche parole: un processo per colpa professionale medica, l’avvocato Gordiani è il difensore del dottor Rovaglia. Naturalmente c’è molto di più: una donna potente, una figlia fragile, intrecci di interessi vari. Perché secondo te le trame giudiziarie – con tutto il contorno di innocenza, colpevolezza, indagine, dubbio, ricerca della verità – suscitano sempre tanto interesse nei lettori, la maggior parte dei quali le aule di giustizia le ha viste solo sullo schermo?

È sempre stato così e così sempre sarà. L’aula di giustizia è per eccellenza il luogo dove avviene la rappresentazione liturgica e codificata degli umani drammi e delle umane commedie. Fin dai tempi remoti (l’antica Grecia o l’antica Roma ad esempio) si era soliti rappresentare drammi processuali (si pensi, tra i tanti, alla “Apologia di Socrate”, il noto testo giovanile di Platone), che suscitavano inevitabilmente la curiosità (alle volte morbosa) della gente. Non è affatto un caso che in Italia, negli anni Cinquanta (ma forse anche adesso), quando ancora la televisione in pratica non esisteva, le aule di Corte d’Assise fossero affollate all’inverosimile da persone “comuni”, che si mettevano pazientemente in coda per assistere ai grandi processi “da prima pagina”, capaci di infiammare la loro fantasia e la loro immaginazione, addirittura al punto di riuscire ad influenzare talvolta la pubblica opinione (e, di conseguenza, lo stesso legislatore) verso un mutamento dei costumi sociali (si pensi al “delitto d’onore” o al concetto di “pubblica decenza”). Ancora oggi, su dieci trasmissioni televisive di cosiddetto “approfondimento”, sette-otto sono relative a casi giudiziari (gli esempi sarebbero davvero sterminati, dal delitto di Cogne a quello di Garlasco, passando per la tragedia della Costa Concordia). Se preferisci una spiegazione in qualche modo più enfatica o più dotta, rubo le parole utilizzate nella presentazione della collana Versus (all’interno della quale, come sai, è stato pubblicato il mio ultimo romanzo): “La giustizia, nel comune sentire, è il tema fondante delle religioni, della filosofia e della politica. E non c’è dubbio che la parola giustizia interessa ogni popolo nel suo insieme, in quanto garanzia di conoscenza, oltre che di dignità e sacralità della persona, proprio come la letteratura, che dice “no” alla barbarie e alla banalizzazione delle attività umane”.

 

Due parole sulla ricerca dell’editore, punto dolente, credo, per ogni autore che non sia già definitivamente transitato nell’empireo dei pochi che questo problema non devono porselo più. È stato complicato la prima volta? E le successive lo è stato meno?

Senza dubbio la prima volta è stato abbastanza complicato, sebbene abbia preferito non procedere a quei faticosi (e, secondo me, totalmente inutili) “invii a catena” a decine e decine di case editrici. Avevo un romanzo che mi sembrava buono, anzi molto buono (L’ultima occasione). Ho quindi preferito fare una scommessa su me stesso e non è stato facile, perché la paura di sbagliare e il rischio d’un fallimento erano altissimi. Quell’esperienza, però, per fortuna o per altri motivi, è stata a dir poco entusiasmante, con ben nove ristampe del romanzo in meno di due anni, tanti premi letterari vinti e tanti riconoscimenti da parte dei lettori, che mi hanno in qualche modo “travolto” e, soprattutto, mi hanno regalato una potente iniezione di fiducia nella mia capacità di raccontare storie. Il passaggio a un editore prestigioso come Giuffrè (un vero punto d’arrivo, in special modo per un giurista come me) non è stato però automatico. Ci sono arrivato vincendo un concorso letterario bandito dalla Legal Drama Society di Milano e sponsorizzato da Kowalsky-Feltrinelli, Giuffrè Editore e Colorado Film, al quale peraltro partecipavano tanti bravissimi autori (alcuni già abbastanza noti). Successivamente, dopo la pubblicazione con Giuffrè di Per non aver commesso il fatto, il resto è venuto di conseguenza e, piano piano, mi sono creato una cerchia di lettori affezionati, che naturalmente vorrei ampliare. Proprio per questo motivo, ho scelto di pubblicare il mio ultimo romanzo, Solo la verità, con Novecento Editore, appunto per provare a raggiungere un pubblico di lettori più vasto, più “generalista” e meno “specializzato”. Se sarà stata una scelta per me vincente lo scoprirò soltanto nel proseguo di questa avventura editoriale. I risultati per il momento sembrano promettenti e, del resto, sognare non costa nulla…

 

Il prossimo romanzo è già in gestazione? Il protagonista sarà sempre l’avvocato Gordiani?

Il prossimo romanzo ha già superato la metà del suo percorso e si appresta a imboccare la strada che lo porterà alla sua naturale conclusione (sto valutando, con molta attenzione e un pizzico di timore, se deviare leggermente dal mio consueto percorso narrativo ormai ben sperimentato). Sarà sempre l’avvocato Alessandro Gordiani il protagonista del romanzo, sebbene stia cominciando a sentire crescere in me il forte desiderio di cimentarmi con qualcosa di diverso. Sempre che ne sia capace, cosa di cui non sono affatto sicuro.

 

Grazie, Michele, per il tuo tempo e le tue risposte.

Grazie a te, Rosalia, per l’interesse che hai mostrato verso il mio romanzo!

 

Rosalia Messina

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Rosalia Messina

Sono nata a Palermo nel 1955. Vivo, lavoro e scrivo tra Bologna, Firenze e Catania. Giurista insoddisfatta della prosa in “giuridichese”, mi salvo la vita scrivendo narrativa: tanti racconti, alcuni riuniti in una raccolta, “Prima dell’alba e subito dopo”, Perronelab 2010, i romanzi “Più avanti di qualche passo” (Città del sole edizioni), che da inedito aveva vinto il premio “Angelo Musco” 2012 e, come narrativa edita, ha vinto il premio “Città di Reggio Emilia” 2013), “Marmellata d’arance” (Edizioni Arianna 2013) e “Gli anni d’argento” (Algra Editore 2014), “Morivamo di freddo” (pubblicato in digitale da Durango Edizioni nel 2016, prossimamente edito in cartaceo dalla stessa casa editrice) e il libro per bambini “Favole a colori” (Algra Editore 2015, prossimamente anche in digitale). Credo nella condivisione e nelle possibilità che offre la rete; pubblico su LetteraTu le “Citazioni della domenica” e, di tanto in tanto, anche altro, come per esempio le interviste in “Ritratto di lettore”; su Libreriamo curo la rubrica “Libri e dintorni“, nata sulle ceneri de “La parola all’autore” e infine in rete si trova anche un mio blog – http://rosaliamessina.blogspot.it/ – per il quale spero sempre di trovare più tempo. Ma sotto le quattro ore di sonno non posso andare…

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