Libri e dintorni

Rosalia Messina

Conversazione con Enrico Brizzi

Conversazione con Enrico Brizzi

Enrico Brizzi, bolognese, classe 1974, ha esordito giovanissimo con il romanzo Jack Frusciante è uscito dal gruppo (Baldini e Castoldi, 1995). È autore, fra l’altro, di Bastogne (Baldini e Castoldi, 1996), Tre ragazzi immaginari (Baldini e Castoldi, 1998), Nessuno lo saprà. Viaggio a piedi dall’Argentario al Conero (Mondandori, 2005), Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro (Mondadori, 2007), L’inattesa piega degli eventi (Baldini e Castoldi Dalai, 2008). La sua opera più recente è il romanzo Il matrimonio di mio fratello (Mondadori, 2015).


L’adolescenza, il viaggio, la scoperta del mondo, le relazioni interpersonali sono alcune delle tematiche che Enrico Brizzi tocca nella sua copiosa e multiforme produzione di romanzi, racconti, reportage di viaggi. Nel suo ultimo romanzo racconta una storia di rapporti familiari, soprattutto di un rapporto tra fratelli, con tutte le complicazioni dell’essere nati dallo stesso padre e dalla stessa madre, dell’avere condiviso la crescita e dell’aver preso poi ciascuno la propria strada. Una storia di amicizie, primi amori, difficoltà di assestarsi in un mondo del lavoro sempre più complesso. Ma anche la storia di Jack Frusciante è una storia di primi amori, di amicizie e rapporti familiari. E così chiedo all’autore cosa è cambiato, dal 1995 a ora, nel suo sguardo sulla famiglia, sull’amore e sull’amicizia.

È cambiato, ovviamente, il punto di vista personale. Quando ho pubblicato Jack Frusciante è uscito dal gruppo non ero ancora ventenne, smaniavo per uscire di casa – sarebbe accaduto di lì a pochi mesi e proprio grazie a quel libro – e, più in generale, cercavo la mia dimensione al di fuori del cono d’ombra proiettato dai genitori. Dell’amore sapevo poco. Tendevo a confonderlo indistintamente con la dimensione del flirt, o con quella del sesso. In nessun caso riuscivo a sentirmi responsabile nei confronti di chi mi amava, e quella mancanza d’impegno la chiamavo “libertà”. L’amicizia, invece, mi sembrava un punto cardinale della mia esistenza, anche perché avevo una paura matta di ritrovarmi solo, il che mi spingeva talvolta verso amicizie un po’ grulle e, talvolta, pericolose. A distanza di ventidue anni, naturalmente, sono cambiate parecchie cose, non foss’altro perché ho vissuto molte esperienze diverse. Ho firmato contratti ricchissimi e altri da morto di fame, ho dormito nelle peggiori bettole e nei grandi hotel, ho viaggiato molto, amato con sincerità e, soprattutto, sono il padre di quattro ragazze fra i tre e i dodici anni. In generale, penso molto meno a me stesso rispetto a quando ero giovane, fors’anche perché con me stesso ci sto bene e non nutro particolari timori o ansie relative alla mia persona.


I due protagonisti de Il matrimonio di mio fratello, Teo e Max, sono per certi aspetti diversissimi, addirittura opposti. Ma in qualche modo essere cresciuti nella stessa famiglia dà loro un’impronta, determina in essi alcune caratteristiche comuni. Possiamo dire che lei ha una passione, come scrittore, per le dinamiche familiari e per il modo in cui esse influenzano tutta la vita degli individui?

Il bello di scrivere è che si possono raccontare storie molto diverse fra loro: romanzi di viaggio, ucronie, biografie reali o immaginarie… Quando però si viene al romanzo d’ambito realistico, e ci si confronta col fatto che si scrive una storia italiana, la dimensione della famiglia diventa inaggirabile. È, molto più che in altre culture, il vero atomo della nostra società. Croce e delizia, maledizione e ancora di salvezza, la famiglia ha un ruolo fondamentale nella vita degli Italiani, e non credo possa darsi un romanzo ambientato nel nostro Paese che non si confronti con questa dimensione.


Un tema non proprio minore del suo romanzo è l’invecchiare dei genitori, il loro diventare fragili e smarrirsi (più smarrito il padre di Teo e Max che la madre, che anzi per certi versi raggiunge un equilibrio migliore e comunque si adatta serenamente a essere essenzialmente una nonna). Nelle analisi di Teo, che racconta le vicende di famiglia, si coglie anche una certa rabbia generazionale per le opportunità che la generazione precedente ha avuto grazie al boom economico e che la sua generazione non ha. Possiamo dire che questo libro fotografa i quarantenni di oggi e la loro visione della generazione precedente?

L’etichetta di “narratore generazionale” la conosco sin dall’esordio, ma sinceramente non ho mai capito cosa significhi. Se si dà voce a un diciassettenne, è fatale raccontare le cose dal suo punto di vista. Se invece il narratore è un quarantenne, tutto il testo sarà permeato della sua visione delle cose. È questo, l’aspetto generazionale? Non saprei, come non saprei spiegare il rapporto fra la narrativa e i sentimenti reali dell’autore: a volte si riflettono in scala uno a uno nel testo, a volte ci si diverte o si prova un senso di liberazione a distorcerli, ma in generale… Chi se ne importa dell’autore! Sono i libri che vanno letti e giudicati, possibilmente senza filtri ideologici (mi ha fatto morire un tizio che ha scritto che Il matrimonio di mio fratello sarebbe “reazionario”), e infischiandosene di quel che l’autore dice e fa nella vita reale, o – peggio – di quel che si diverte a comunicare via Twitter o Facebook.


Sfonda una porta spalancata. Infatti, chi se ne importa dell’autore? La visione di Teo è interessante, l’eventuale coincidenza o parziale coincidenza con quella di Enrico Brizzi non ci riguarda. Le chiederò adesso delle sue letture, ma solo perché uno scrittore è di solito anche e prima e soprattutto un lettore. Qual è l’ultimo libro che ha letto? E l’ultimo che ha trovato appassionante?

Sto leggendo il terzo volume, uscito postumo, della saga di viaggio di Patrick Leigh Fermor, La strada interrotta. Inevitabilmente inferiore al celebrato Tempo di regali e al mio preferito, il felicissimo Fra i boschi e l’acqua, è in ogni caso un volume che merita la lettura, anche perché permette di riconoscere fra le righe il procedimento di scrittura – per accumulazione e stratificazioni successive – adottato dall’autore, uomo di penna erudita ma assai sensibile.


Progetti letterari in cantiere?

Al momento sto curando una serie di guide dedicate a chi condivide la mia passione per i viaggi a piedi. Per quanto riguarda invece i progetti di più ampio respiro letterario, sto lavorando ai materiali preparatori per un nuovo romanzo di stampo realistico, che ha come temi principali l’attrazione, la passione e il tradimento.


A rileggerla, allora. Grazie per il suo tempo e le sue risposte.

Grazie a voi.

 

Rosalia Messina

 

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Rosalia Messina

Sono nata a Palermo nel 1955. Vivo, lavoro e scrivo tra Bologna, Firenze e Catania. Giurista insoddisfatta della prosa in “giuridichese”, mi salvo la vita scrivendo narrativa: tanti racconti, alcuni riuniti in una raccolta, “Prima dell’alba e subito dopo”, Perronelab 2010, i romanzi “Più avanti di qualche passo” (Città del sole edizioni), che da inedito aveva vinto il premio “Angelo Musco” 2012 e, come narrativa edita, ha vinto il premio “Città di Reggio Emilia” 2013), “Marmellata d’arance” (Edizioni Arianna 2013) e “Gli anni d’argento” (Algra Editore 2014), “Morivamo di freddo” (pubblicato in digitale da Durango Edizioni nel 2016, prossimamente edito in cartaceo dalla stessa casa editrice) e il libro per bambini “Favole a colori” (Algra Editore 2015, prossimamente anche in digitale). Credo nella condivisione e nelle possibilità che offre la rete; pubblico su LetteraTu le “Citazioni della domenica” e, di tanto in tanto, anche altro, come per esempio le interviste in “Ritratto di lettore”; su Libreriamo curo la rubrica “Libri e dintorni“, nata sulle ceneri de “La parola all’autore” e infine in rete si trova anche un mio blog – http://rosaliamessina.blogspot.it/ – per il quale spero sempre di trovare più tempo. Ma sotto le quattro ore di sonno non posso andare…

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