Libri e dintorni

Rosalia Messina

Conversazione con Chiara Mezzalama sul suo ultimo romanzo, “Il giardino persiano”, ambientato nell’Iran degli anni Ottanta

Conversazione con Chiara Mezzalama sul suo ultimo romanzo, “Il giardino persiano”, ambientato nell’Iran degli anni Ottanta

Chiara Mezzalama è psicoterapeuta e autrice di narrativa. Il suo primo romanzo, Avrò cura di te, è stato pubblicato da Edizioni e/o nel 2009. Nel 2015 ha pubblicato Voglio essere Charlie: diario minimo di una scrittrice italiana a Parigi (Edizioni Estemporanee) e Il giardino persiano (Edizioni e/o).

 

Chiara, un anno ricco, questo, in cui vede la luce il romanzo Il giardino persiano, cui già accennammo in un’intervista di febbraio, quando parlammo dell’attentato alla redazione di Charlie Hebdo e di come questo evento sconvolgente veniva vissuto dagli intellettuali di Parigi. Un romanzo, questo tuo ultimo, dichiaratamente autobiografico. I libri, lo sappiamo tutti, nascono dall’urgenza di essere scritti. Vorrei chiederti di parlare della tua esigenza di rivisitare e raccontare un periodo preciso della tua infanzia, un’infanzia non proprio ordinaria.

C’è una frase nel libro, pronunciata da mio padre, che spiega in parte questa urgenza: “Quanti bambini italiani potranno dire di aver vissuto in Iran negli anni Ottanta?”. Nel 1979 in Iran scoppiano la rivoluzione islamica khomeinista e pochi mesi dopo la guerra con l’Iraq; è un periodo storico molto turbolento nel quale mi sono ritrovata con la mia famiglia perché mio padre era appena stato nominato ambasciatore d’Italia a Teheran. Abbiamo vissuto con lui questa esperienza “non proprio ordinaria”, come dici tu. Quello che volevo raccontare è la vita di una famiglia “ordinaria” in un contesto così fortemente connotato dalla violenza, la guerra, la rivoluzione. Una condizione che suscitò molte domande nella bambina che ero allora e la scrittura mi ha aiutato a ripercorrere quella parte della mia storia.

 

Il rapporto con la diversità culturale e con la violenza, negli adulti e nei bambini, è un tema molto interessante che tu tratti con la giusta leggerezza. Per i due piccoli protagonisti della storia tutto viene filtrato e trasfigurato dal gioco. La madre prende le distanze dalla violenza con la cura del suo giardino. Vivendo a Parigi ti sei ritrovata ad attraversare esperienze che ricordano, in certa misura, quelle della tua infanzia: l’integralismo, la violenza. I tuoi figli vivono tutto questo in modo analogo al tuo di allora? Quali sono le diversità, se ce ne sono?

Ho scelto di raccontare questa storia con lo sguardo dell’infanzia che contiene sempre una dose di meraviglia e di stupore anche per prendere le distanze da una forma di racconto drammatico e sensazionalista che è quello dell’attualità. È vero, l’Iran di allora era un luogo pericoloso e inospitale ma volevo mostrare anche i suoi aspetti più ignoti, la bellezza e la ricchezza della sua storia e delle persone che come noi sono state travolte dalla “Storia”. Come possono accostarsi la bellezza e l’orrore? Mi sono fatta le stesse domande di allora trovandomi a vivere gli attentati a Parigi. La differenza è che adesso sono io a dover spiegare ai miei figli che cosa sta succedendo. Diciamo che scrivere è il mio modo di prendere le distanze dalla brutalità e dalla confusione che contraddistinguono il mondo in cui viviamo. La scrittura è rimasta per me un’area di gioco, un’area protetta che serve a elaborare pensieri e emozioni.

 

Secondo te Il giardino persiano può essere letto anche dai ragazzi, diciamo dagli undici anni in su? Può essere utile per loro, può aiutarli a leggere la realtà attuale, con le sue problematiche di integrazione, xenofobia, scontro tra culture, soprattutto di integralismi che minacciano la libertà di tutti?

Ti ringrazio per questa domanda e la risposta è senz’altro sì. La letteratura permette di conoscere la realtà in un modo molto più profondo e intimo grazie al meccanismo dell’identificazione. Mettendosi nei panni dei personaggi dei romanzi, i lettori possono entrare dentro la realtà, capirne le sfaccettature, la complessità molto più che attraverso altre forme di informazione, spesso superficiali o peggio ancora faziose. Se Il giardino persiano suscitasse qualche curiosità sull’Iran, specie nelle ragazze e nei ragazzi, se aiutasse qualcuno a fare delle differenze, ad andare un po’ più a fondo nella conoscenza dei paesi islamici per esempio, ne sarei contenta. Ma il mio rimane un romanzo, senza intenti pedagogici, vuole soltanto trasportare il lettore altrove, toccare la sua sensibilità. Per questo non c’è età!

 

Come reagisce il pubblico al tuo romanzo? Cosa ti chiedono le persone che vengono alle presentazioni del libro?

Il fatto che sia un romanzo autobiografico suscita molte curiosità nei lettori… e qualche imbarazzo in me! Qual è il confine tra finzione e realtà? Quando si scrive un romanzo questo confine non è così chiaro, nemmeno per chi scrive. I miei ricordi ad esempio non sono gli stessi di quelli di mio fratello, o dei miei genitori. La memoria è una ricostruzione, in un certo senso si potrebbe dire che è un’invenzione.

I lettori sono catturati dalla storia, molti di coloro che volevano portarsi il libro in vacanza lo hanno finito prima di partire! Riuscire a coinvolgere i lettori in una storia così personale è una bella sfida. Spero di esserci riuscita.

 

Quali sono le ultime letture che hai fatto, se hai trovato il tempo per leggere?

Il tempo per leggere lo trovo sempre. Semmai qualche volta manca il tempo per scrivere… Sto leggendo Aracoeli, l’ultimo romanzo di Elsa Morante che non avevo mai letto. È una lettura che richiede concentrazione per godersi il suo stile così ricco, ci sono delle frasi fantastiche. Che invidia! Sto leggendo anche La resistenza perfetta di Giovanni de Luna, una storia di partigiani che si svolge tra Barge e Bagnolo, delle zone del Piemonte che conosco molto bene, che fanno parte delle mie radici familiari. E poi il secondo volume della trilogia dell’Area X di Jeff VanderMeer… una pila così di libri mi aspetta.

 

Progetti letterari in corso?

Ho iniziato a scrivere un altro romanzo. Vediamo un po’. Quando incomincio a scrivere mi sembra impossibile riuscire a portare a termine il progetto. La scrittura di un romanzo è un processo così misterioso. Sto anche provando a scrivere qualcosa in francese, ma questa è un’altra storia che ci porterebbe lontano…

 

Grazie, Chiara, per il tuo tempo e le tue risposte.

Sono io che ringrazio te.

 

Rosalia Messina

5 agosto 2015

© Riproduzione Riservata
Tags

Rosalia Messina

Sono nata a Palermo nel 1955. Vivo, lavoro e scrivo tra Bologna, Firenze e Catania. Giurista insoddisfatta della prosa in “giuridichese”, mi salvo la vita scrivendo narrativa: tanti racconti, alcuni riuniti in una raccolta, “Prima dell’alba e subito dopo”, Perronelab 2010, i romanzi “Più avanti di qualche passo” (Città del sole edizioni), che da inedito aveva vinto il premio “Angelo Musco” 2012 e, come narrativa edita, ha vinto il premio “Città di Reggio Emilia” 2013), “Marmellata d’arance” (Edizioni Arianna 2013) e “Gli anni d’argento” (Algra Editore 2014), “Morivamo di freddo” (pubblicato in digitale da Durango Edizioni nel 2016, prossimamente edito in cartaceo dalla stessa casa editrice) e il libro per bambini “Favole a colori” (Algra Editore 2015, prossimamente anche in digitale). Credo nella condivisione e nelle possibilità che offre la rete; pubblico su LetteraTu le “Citazioni della domenica” e, di tanto in tanto, anche altro, come per esempio le interviste in “Ritratto di lettore”; su Libreriamo curo la rubrica “Libri e dintorni“, nata sulle ceneri de “La parola all’autore” e infine in rete si trova anche un mio blog – http://rosaliamessina.blogspot.it/ – per il quale spero sempre di trovare più tempo. Ma sotto le quattro ore di sonno non posso andare…

Utenti online