Libri e dintorni

Rosalia Messina

Conversazione con Aldo Costa, autore di thriller con l’ambizione di diventare scrittore

Conversazione con Aldo Costa, autore di thriller con l’ambizione di diventare scrittore

Aldo Costa è autore della raccolta di racconti Ultimo Grado (Vivalda) e dei romanzi L’Inviato di Dio (Baima Ronchetti & C), Non è vero e Non dormirai mai più (entrambi editi da Piemme).

Ciao, Aldo. La prima cosa che voglio chiederti riguarda la scoperta della vocazione di scrittore. So che suona un po’ altisonante, soprattutto per una persona che immagino piuttosto schiva e misurata (tutto quello che si dice di te nelle schede editoriali è che sei torinese e copywriter, e va bene così perché sugli autori ci si concentra a mio avviso molto più che sulle opere), ma mi sembra sempre interessante scoprire come si arrivi alla voglia non solo di raccontare storie ma di tirarle fuori dal pc (chi tiene più i romanzi nel cassetto?) e di pubblicarle.

Essere uno scrittore è una mia ambizione, un obiettivo. Di fatto sono un autore. Ci tengo a difendere la sottocategoria. Per me è scrittore non chi vive di questo lavoro o chi ha successo, ma chi riesce a raccontare storie universali. I gialli e i thriller, compresi i miei, non hanno questa possibilità. Sono fiction a volte di buon livello o ottimo, ma non sono letteratura con la L maiuscola. Una volta ho espresso questo concetto durante una presentazione alla quale erano presenti altri autori di gialli e si sono incazzati un po’.

Mi ritengo più scrittore nella ormai antica raccolta di racconti Ultimo grado, con tutti i limiti che può avere un’opera prima, che in tutti i romanzi successivi. Finita la parte di risposta noiosa, inizia quella pallosa: la vocazione a scrivere risale agli anni ’70 del secolo scorso, quando riempivo quaderni e quaderni di racconti. Poi nel 1987 ho iniziato a fare il copywriter in una grande Agenzia di pubblicità. Era il miglior modo per procurarsi uno stipendio e allo stesso tempo sfogare un po’ la passione per la creatività. In agenzia mi hanno insegnato a scrivere. Soprattutto mi hanno dato i tempi. Se oggi scrivo con un certo ritmo, se riesco a non perdere per strada il lettore è merito dei miei insegnanti della BGS, oggi Leo Burnett.

La coppia (che non è una coppia) formata da Serena Ainardi e Lorenzo Cremona è anomala nel panorama del thriller italiano (e scusa se inquadro in un genere preciso i tuoi romanzi che forse, checché ne dica tu, non meritano questa limitante classificazione), in cui abbondano protagonisti appartenenti a varie forze dell’ordine, pubblici ministeri, investigatori privati e avvocati. Serena, in effetti, è un pubblico ministero, ma Lorenzo Cremona non solo è un insegnante, ma addirittura è stato imputato per violenza sessuale ai danni di una minore, una sua allieva. Avevi concepito fin dall’inizio questo sviluppo o è venuto strada facendo?

Bella domanda. Ogni volta che inizio un nuovo lavoro mi dico che dovrei annotare da qualche parte da cosa o da dove sono partito, cosa sapevo già e cosa no, perché poi, strada facendo, confondo i ricordi e non so più dire. Nella pratica finisce che non mi appunto niente, oppure perdo il file. Insomma, non lo so da dove inizio. C’è un’eccezione. In Non dormirai mai più sono partito da un’idea. Volevo divertirmi a creare un rapporto credibile tra due anime perdute come quelle di Giulia e di Renzo Cremona. La sfida era rendere plausibile il fatto che loro vivessero insieme in pochi metri quadrati. Due persone che non avrebbero dovuto stare a meno di un chilometro di distanza, compresse per giorni in una casetta minuscola, affumicata da una stufa difettosa. Sono partito da lì e ho costruito intorno tutto il resto.

A Renzo e Serena ne ho fatte di tutte, tanto che nei ringraziamenti dell’ultimo romanzo (non ancora edito) mi scuso con loro per come li ho trattati.

Quali sono le tue letture preferite? Che cosa stai leggendo al momento? Qual è l’ultimo libro che ti ha appassionato e coinvolto?

Leggo tanto ma non tanto quanto vorrei. Leggo qualsiasi cosa, di qualsiasi autore e di qualsiasi genere. Non più di un volume di saggistica all’anno però! Solo narrativa. Adesso ho preso una cotta pazzesca per Chuck Palahniuk del quale ho letto Cavie, Soffocare, Diary e Fight Club, uno di seguito all’altro. Leggo un sacco di thriller. Mi piacciono quelli di Herman Koch, un autore olandese davvero perfido, quelli di Jo Nesbo, anche se ormai ha poco da dare. Però nel 2015 ho letto anche la prima parte della Recherche di Proust. Sto andando senza ordine, mi rendo conto, ma rispecchia il mio modo di leggere. Non ho una programmazione. A volte vince la pigrizia e inizio un libro solo perché è già sul comodino. Adesso sul Kobo ho iniziato La scatola nera di Connelly, ma non sono sicuro di riuscire a portarlo alla fine. È un giallo con un’indagine penosa. L’investigatore fa una gran fatica e io, francamente, non ho così tanta voglia di faticare con lui.

Noto che hai pubblicato con diverse case editrici prima di arrivare a Piemme. È stata difficile la ricerca dell’editore?

È il tasto più dolente che potevi toccare. Pubblicare con un editore nazionale è un’impresa che va oltre le forze di un individuo. Molti autori cascano nelle fauci degli editori a pagamento, che sono quei tipografi che si fanno sostenere le spese di pubblicazione, lucrando sull’ego dell’autore invece che sulle vendite del libro. Evitati quelli, rimangono dei piccolissimi editori locali, come quello che ha pubblicato il mio primo romanzo L’Inviato di Dio. Altrimenti, c’è la strada dell’autopubblicazione. Io, prima di avere la botta di fortuna di venderli a Piemme, i miei thriller con Renzo e Serena me li sono tutti autopubblicati. E devo dire, con grandi soddisfazioni, tanto che continuerò così.

A cosa stai lavorando, al momento?

Ho due progetti. Mi ero detto che la serie di Renzo e Serena sarebbe finita con il terzo episodio (quello ancora non edito da Piemme). Questo perché ogni volta che mi accingo a scrivere qualcosa, mi do come obiettivo che sia migliore dei precedenti. Ora, essendo molto soddisfatto del terzo, non ritenevo possibile trovare un’idea capace di superarlo. Poi, un giorno, l’idea è venuta e cosa dovevo fare? Buttarla perché avevo detto a me stesso che non avrei scritto il quarto? Ho fatto una riunione tra me e me e ho deciso di cambiare idea. Per cui sto lavorando a quello. Per arrivare alla parola fine ci vorranno ancora due mesetti.

L’altro progetto è il più importante. È una storia che ho in testa da tempo. Ambientata negli anni ‘20, subito dopo l’epidemia di spagnola, in un vallone alpino che conosco bene e che adesso è totalmente abbandonato. Voglio farlo rivivere con una storia importante, senza seguire lo schema del thriller, senza un sentiero segnato. È difficile. Ma sarà l’esame per diventare lo scrittore che sogno di essere.

Grazie per il tuo tempo e le tue risposte.

 

Rosalia Messina

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Rosalia Messina

Sono nata a Palermo nel 1955. Vivo, lavoro e scrivo tra Bologna, Firenze e Catania. Giurista insoddisfatta della prosa in “giuridichese”, mi salvo la vita scrivendo narrativa: tanti racconti, alcuni riuniti in una raccolta, “Prima dell’alba e subito dopo”, Perronelab 2010, i romanzi “Più avanti di qualche passo” (Città del sole edizioni), che da inedito aveva vinto il premio “Angelo Musco” 2012 e, come narrativa edita, ha vinto il premio “Città di Reggio Emilia” 2013), “Marmellata d’arance” (Edizioni Arianna 2013) e “Gli anni d’argento” (Algra Editore 2014), “Morivamo di freddo” (pubblicato in digitale da Durango Edizioni nel 2016, prossimamente edito in cartaceo dalla stessa casa editrice) e il libro per bambini “Favole a colori” (Algra Editore 2015, prossimamente anche in digitale). Credo nella condivisione e nelle possibilità che offre la rete; pubblico su LetteraTu le “Citazioni della domenica” e, di tanto in tanto, anche altro, come per esempio le interviste in “Ritratto di lettore”; su Libreriamo curo la rubrica “Libri e dintorni“, nata sulle ceneri de “La parola all’autore” e infine in rete si trova anche un mio blog – http://rosaliamessina.blogspot.it/ – per il quale spero sempre di trovare più tempo. Ma sotto le quattro ore di sonno non posso andare…

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