Libri e dintorni

Rosalia Messina

Claudio Volpe, la lettura che allarga la vita ”facendoci entrare dentro più cose, più storie, più vicende, più persone, più emozioni”

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Claudio Volpe è un giovanissimo autore (è nato nel 1990), eppure nel 2012 è stato candidato al premio Strega con il suo romanzo d’esordio, Il vuoto intorno (ed. Il foglio letterario, poi ripubblicato dalla casa editrice Anordest), che ha vinto il Premio Franco Enriquez ed è stato finalista al Premio Torre Petrosa. A marzo è stata pubblicata, ancora dalla casa editrice Anordest, la raccolta di racconti Ricordami di essere felice.

 

Scrivere quando ancora si è molto giovani non è una rarità. Riuscire a pubblicare e addirittura essere candidati al premio Strega invece non è proprio usuale; quindi la prima cosa che mi viene in mente di chiedere a Claudio Volpe è di raccontare il suo percorso d’autore, dal primo sentore di vocazione alla telefonata (immagino) che gli annunciava la candidatura allo Strega.

Scrivere per me è sempre stata una vocazione. È questo il termine che amo utilizzare riferendomi a quest’attività, non passione oppure hobby, ma vocazione. Perché, nella mia esperienza di scrittore, ho capito ormai che la scrittura mi chiama come la fede può chiamare un uomo a farsi prete o a divenire medico, missionario, genitore. È una chiamata alla quale tu non puoi fare altro che rispondere. Posso dire di scrivere da sempre, o almeno fin da quando ne ho memoria. Ho imparato a scrivere all’età di quattro anni e non ho più smesso. Ogni occasione era buona per comporre una poesia o scrivere una lettera a qualcuno e comunicargli ciò che sentivo dentro di me. Già a dodici anni volevo scrivere un romanzo. C’ho provato e gli esiti sono stati disastrosi. La storia mi entusiasmava ma puntualmente finiva per cadere in un vicolo cieco, scemare, morire. Allora mi sono dedicato alla poesia, di più immediata realizzazione. Ho scritto tantissime poesie. Ogni circostanza era idonea: un dolore troppo grande, una felicità fortissima, la nostalgia, l’amore. Finché all’età di vent’anni, improvvisamente, mi sono ritrovato a scrivere ininterrottamente per una ventina di giorni, dalla mattina alla sera senza sosta e ad essere completamente catturato da ciò che stavo scrivendo. Ho compiuto un viaggio dentro e fuori me e questo viaggio mi ha entusiasmato, eccitato, fatto soffrire, insegnato ad amare il mondo e la sua complessità. Avevo in mente l’idea di raccontare la storia di un giovane ragazzo che si perde nel mondo, compie un viaggio alla scoperta di se stesso calandosi nella perdizione, nel male, nel peccato per comprendere se stesso. Un uomo con la precisa intenzione di annientare il vecchio se stesso per riprogettarsi e nascere daccapo. Nacque così Il vuoto intorno, mio romanzo d’esordio al quale devo tutto. Avevo ventuno anni quando lo terminai e quando, dopo solo dieci giorni dall’invio alla casa editrice, seppi che sarebbe stato pubblicato. Ricordo quel giorno, mi giunse una email dalla casa editrice nella quale l’editore Gordiano Lupi mi diceva di essere stato folgorato dal mio romanzo, che un ragazzo di vent’anni non poteva scrivere a quel modo, che voleva pubblicare subito il libro, dopo neanche un mese. Quella notizia mi stravolse. Fui preso da una felicità immensa, un orgasmo dell’anima che impiegò diversi giorni per tornare ad essere lucida. Mai avrei immaginato che tutto sarebbe potuto accadere così velocemente. Che tutto potesse accadere davvero e stesse accadendo proprio a me. Il libro fu un piccolo caso per lo scalpore che fece. Come poteva un ragazzo di ventuno anni descrivere e parlare in questo modo di dolore, morte, sesso, amore? Mi veniva chiesto continuamente quanti anni avessi e mi veniva detto che per quello che avevo scritto avrei dovuto averne almeno novanta. Fatto sta che io ero un ragazzo di ventuno anni e avevo scritto ciò che avevo scritto. L’incontro che mi cambiò la vita avvenne nel dicembre di quell’anno quando conobbi Dacia Maraini. Quel giorno andai alla presentazione di un suo libro e molto sfacciatamente le feci dono del mio romanzo chiedendole di leggerlo. Pochi giorni dopo, la vigilia di Natale, Dacia mi scrisse una mail (io le avevo lasciato la mia) dove mi diceva che aveva letto il libro e che le era piaciuto molto. Da quel giorno non ci siamo più lasciati. Ci siamo scritti quasi ogni giorno parlando di tutto. Nacque l’idea di presentare il romanzo al Premio Strega e da quel momento ebbi la conferma che ero riuscito a conquistarmi la possibilità di continuare a scrivere ed essere pubblicato. Oggi sono al quarto libro scritto e Dacia è il mio primo punto di riferimento, la persona alla quale racconto le mie nuove idee letterarie, alla quale faccio leggere in anteprima i miei manoscritti. Tra di noi è nata una vera e propria amicizia che ci porta a viaggiare e a trascorrere molto tempo insieme. Adesso, a distanza di quattro anni e con quattro opere pubblicate, posso dire di essere felice ancora come il primo giorno. Ogni nuovo libro è una nuova possibilità per parlare alle persone, raccontare storie, celebrare la bellezza del mondo e dell’essere umano. Mi piace pensare che chi scrive e lo fa con l’anima vede una perfetta identificazione tra vita e scrittura. Io scrivo perché non potrei farne a meno. Scrivo perché scrivere è per me un atto d’amore.

 

La tua scrittura indaga sul dolore, sulle esperienze sconvolgenti. E come lettore cosa leggi? Un po’ di tutto, immagino, ma ci sono generi che prediligi? Libri dei quali non puoi fare a meno?

Non posso fare a meno dei libri che mi aiutano a comprendere un po’ meglio chi sono, cosa sono, cosa ci sto a fare su questo mondo. Io sono fermamente convinto che scrivere salvi sia chi legge che chi scrive. Scrivere e leggere aiutano a sentirsi meno soli, a non sentirsi inadeguati, fuori posto, in difetto verso la bellezza dell’universo. Ti insegnano che tu sei un tassello imprescindibile di questa bellezza anche con tutte le tue mancanze e i tuoi difetti, anzi proprio grazie ad essi. La letteratura è un’arte molto simile alla scienza: entrambe perseguono un obiettivo simile. Mentre la scienza ha la pretesa di allungare la vita delle persone, la letteratura ha quella di allargarla facendoci entrare dentro più cose, più storie, più vicende, più persone, più emozioni. Leggendo possiamo vivere tutte le vite possibili. E ogni volta ci sentiamo più ricchi. Leggere è un buon palliativo della morte: ti consente di giungere dinanzi ad essa sazio di vita.

 

I racconti della raccolta Ricordami di essere felice sono stati scritti in un tempo breve, secondo un progetto, o li hai riuniti quando, a posteriori, ti sei reso conto che c’era un comune denominatore fra queste schegge narrative?

Questa raccolta è nata per caso. Un giorno ho deciso di rileggere tutti i racconti che nel tempo mi sono trovato a scrivere e facendolo mi sono reso conto che ruotavano tutti attorno a un tema principale: indagare la felicità. Cos’è la felicità? Come si raggiunge? Ha senso essere felici da soli? Ho deciso dunque di raccogliere tutti questi racconti e di farne un libro molto particolare, un insieme di voci e di personaggi che raccontano la loro storia senza vergognarsi del percorso compiuto per giungere a trovare la propria felicità. C’è l’omosessuale torturato nella Russia di Putin, la prostituta che racconta la sua storia, il pedofilo in punto di morte che si confessa e tanti altri personaggi provenienti dalla periferia dell’esistenza che lanciano la loro voce verso il cielo. Cercheranno molto questi personaggi il senso del loro esistere e alla fine comprenderanno che la felicità sta nella condivisione e nel sentirsi parte di un’umanità viva, complessa e pulsante.

 

Quando pubblichi un libro come immagini i tuoi possibili lettori? Pensi che i tuoi racconti da poco pubblicati saranno letti soprattutto dai giovani o ti sembrano adatti a qualunque tipo di lettore?

Solitamente non mi pongo mai una simile domanda. Scrivo e basta, il pubblico si formerà da sé. Mi piacerebbe che i miei libri, cosa che di fatto poi accade, venissero letti trasversalmente, da persone di ogni età perché la scrittura è un dono che chi scrive fa a chi legge con la speranza di poter parlare alla sua ragione e sussurrare al suo cuore. Certamente i temi che tratto sono complessi e duri da metabolizzare ma d’altronde è la vita a essere così e fuggirne non ci aiuta certamente a stare meglio. Affrontare la vita e il mondo guardandoli in faccia senza paura e con coraggio ci rende invece migliori, più abili a schivare il dolore e sicuramente più felici.

 

La tua generazione è quella dei nativi digitali. Che rapporto hai con il libro di carta? Prevedi che sarà soppiantato dal libro digitale?

Per me il libro è principalmente quello di carta. Certo, poi ciò che conta è il contenuto quindi anche gli ebook vanno benissimo. Io stesso ne leggo molti soprattutto perché hanno la comodità di essere privi di peso e dunque comodissimi nei lunghi viaggi. Però il mio amore resta per il libro-oggetto, quello che puoi toccare, sfogliare, portare con te ovunque, annusare, vivere. Credo che il libro cartaceo non verrà mai eliminato né sostituito da quello elettronico. Libro di carta e libro elettronico si affiancheranno e sapranno convivere benissimo senza danneggiarsi a vicenda perché assolvono a due funzioni e portano vantaggi differenti. Ma poi, ve lo immaginate un mondo senza librerie? Un incubo cui non voglio neanche pensare.

 

Vista la tua passione letteraria, cosa ti ha spinto a studiare Giurisprudenza, come leggo nelle biografie?

Diciamo che ho deciso di studiare diritto del tutto autonomamente. Terminato il liceo classico già ero perfettamente consapevole della mia vocazione per la scrittura e proprio per questo ho deciso di preservarla come qualcosa di viscerale e non accademico. In molti mi chiedono perché io non abbia studiato Lettere. La risposta è semplice: ho cercato di guardare con concretezza alla realtà, consapevole che la scrittura e la letteratura sono qualcosa che fanno parte di me a prescindere da tutto. Mi sarebbe piaciuto certo studiare Psicologia o Filosofia perché ho una grande passione per tutto ciò che indaga la natura umana ma ho dovuto scontrarmi con una realtà: dal punto di vista lavorativo questi sono settori molto difficili. Ora io non considero la scrittura un lavoro. Scrivo quando voglio, quando sono ispirato, magari una pagina ogni due mesi oppure un intero romanzo in quindici giorni. Non riuscirei mai a vedere la scrittura come un obbligo, un lavoro metodico. Soprattutto ho pensato che con il mio scrivere, nel tempo della mia vita, avrei potuto acquisire fattualmente quelle consapevolezze e conoscenze rispetto ai temi che più mi interessano. La psiche umana, il pensiero filosofico fanno parte costantemente delle mie letture, dei miei studi per passione personale e del mio scrivere. Ho deciso dunque di non precludermi nulla: la scrittura, il pensiero poetico e filosofico da coltivare e una vera possibilità lavorativa. D’altronde in me è sempre stato molto forte il desiderio di giustizia. Studiando Giurisprudenza ho finito davvero per appassionarmi perché, anche se può sembrare il contrario, il diritto ci circonda e ci costituisce completamente. Ora sono laureato alla magistrale di Giurisprudenza e mi sto preparando per esame da avvocato e concorso in magistratura. Vedremo quale sarà la mia strada. So solo che sono convinto e soddisfatto di me stesso. La scrittura rappresenta ciò che sono, non potrebbe mai essere considerato alla stregua solo di un lavoro. Per me scrittore non è chi vive di scrittura ma chi senza scrittura rischierebbe di morire.

 

Stai lavorando a un nuovo libro?

Io scrivo sempre, continuamente e lo faccio anche e soprattutto col semplice vivere. Perché già vivere per me significa scrivere. Scrivere dentro la mia anima. L’atto del comporre materialmente una storia viene dopo. Comunque in senso più stretto sì, sto lavorando a diversi altri progetti. Ultimamente mi sto occupando anche di teatro scrivendo diversi testi, monologhi soprattutto. La scrittura ha tante forme ed è bene esplorarle tutte.

 

Grazie, Claudio, per il tuo tempo e le tue risposte.

Grazie a voi per la disponibilità e il tempo dedicatomi.

 

Rosalia Messina

 

30 maggio 2015

 

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Rosalia Messina

Sono nata a Palermo nel 1955. Vivo, lavoro e scrivo tra Bologna, Firenze e Catania. Giurista insoddisfatta della prosa in “giuridichese”, mi salvo la vita scrivendo narrativa: tanti racconti, alcuni riuniti in una raccolta, “Prima dell’alba e subito dopo”, Perronelab 2010, i romanzi “Più avanti di qualche passo” (Città del sole edizioni), che da inedito aveva vinto il premio “Angelo Musco” 2012 e, come narrativa edita, ha vinto il premio “Città di Reggio Emilia” 2013), “Marmellata d’arance” (Edizioni Arianna 2013) e “Gli anni d’argento” (Algra Editore 2014), “Morivamo di freddo” (pubblicato in digitale da Durango Edizioni nel 2016, prossimamente edito in cartaceo dalla stessa casa editrice) e il libro per bambini “Favole a colori” (Algra Editore 2015, prossimamente anche in digitale). Credo nella condivisione e nelle possibilità che offre la rete; pubblico su LetteraTu le “Citazioni della domenica” e, di tanto in tanto, anche altro, come per esempio le interviste in “Ritratto di lettore”; su Libreriamo curo la rubrica “Libri e dintorni“, nata sulle ceneri de “La parola all’autore” e infine in rete si trova anche un mio blog – http://rosaliamessina.blogspot.it/ – per il quale spero sempre di trovare più tempo. Ma sotto le quattro ore di sonno non posso andare…

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