Libri e dintorni

Rosalia Messina

Antonella Antinucci, ”Ossessionata dalle pagine scritte e dalle voci”

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Antonella Antinucci, pescarese, è autrice di racconti e poesie. Allieva della Scuola Nazionale di Drammaturgia diretta da Dacia Maraini, ha vinto, con la silloge Burqa di vetro, ispirata a casi reali di femminicidi accaduti in Italia (2014, Edizioni Tracce), il Premio Letterario Nazionale Scriveredonna, XXI edizione.

 

Antonella, sei la prima poetessa che intervisto e sono impressionata dal gran numero di cose alle quali ti dedichi, oltre che alla poesia: la drammaturgia, le mostre d’arte e di fotografia. E proprio da qui vorrei iniziare la nostra chiacchierata, dalla molteplicità dei tuoi interessi, chiedendoti se ti senti soprattutto poetessa o altro e come le tue diverse espressioni artistiche si fondano o si colleghino tra loro.

I miei interessi sono molteplici, è vero, ma al centro della mia esistenza ci sono le parole, essenza fondamentale anche quando mi occupo di arte contemporanea e di fotografia. Considero le mie produzioni in questi campi fondamentalmente concettuali e, in tal senso, esse non avrebbero vita al di fuori del concetto espresso in un testo o in un titolo. Non riuscirei a vivere in un mondo privo di parole, senza libri da leggere e storie o versi da scrivere. Desidero ascoltare l’anima dei fonemi e dei grafemi, combinare parole, ricercarle per creare suoni, storie, concetti, scomporle e ricomporle, trovare numeri nascosti tra le sillabe come le note di uno spartito musicale. 

Sono ossessionata dalle pagine scritte e dalle voci. Amo il teatro perché è il luogo dove la parola scritta, attraverso il corpo dell’attrice e dell’attore, si fa voce. Nella vita quotidiana non c’è nulla di più sensuale di una voce che, attraverso le parole, cattura i pensieri e sconvolge i sensi di chi ascolta. Ma non tutte le voci hanno questo dono. Ecco perché preferisco il silenzio e amo svisceratamente la parola scritta. Mi piace sfogliare le pagine dei libri, toccarle, sentirne l’odore.

Le diverse espressioni artistiche spesso si influenzano tra loro. Mentre scrivevo le poesie per Burqa di vetro immaginavo i versi recitati sul palcoscenico come canone a due voci, la voce poetica della donna vittima di violenza e la giornalista che raccontava la cronaca. Ne costruivo ritmi e silenzi come fossero ascoltate a teatro prima ancora che lette. Scrivo talvolta racconti che sembrano monologhi teatrali, creo installazioni artistiche dove l’oggetto-libro è ricorrente oppure scatto fotografie nelle quali inserisco i miei romanzi preferiti o concetti e visioni espresse in poesia. Ci sono continue contaminazioni.

 

Nessuno oggi vive soltanto del proprio talento. Che altro fa dunque Antonella Antinucci? E in quali interstizi fra le attività doverose si dedica alle sue passioni?

Insegno nella scuola primaria statale. Il mio lavoro come docente è una delle mie passioni creative e civili. Mi fa vivere immersa in un mondo innocente e di fantasia, dove posso continuare a creare storie fantastiche nelle quali è bello credere per imparare. Ma la scuola è anche il luogo dal quale partire per il cambiamento culturale necessario per contrastare la violenza contro le donne. Fare l’insegnante mi permette di contribuire sul campo, nel mio piccolo, alla costruzione della cultura del rispetto, a partire dalla rimozione del linguaggio sessista e degli stereotipi di genere, dei quali sono infarciti gli stessi libri scolastici, basti pensare ai testi dei problemi di matematica dove ‘le mamme’ vanno soltanto “a fare la spesa”. Creare le condizioni affinché i bambini, che saranno gli adulti del futuro, possano avere una visione alternativa del mondo, è anche questo tipo di “creazione” che mi interessa.

Creo sempre, in ogni “interstizio” possibile, ogni momento è buono per leggere o creare, non riesco a smettere. Invento storie o combino parole e sintetizzo concetti mentre insegno, mentre guido, mentre faccio la fila, quando cammino o sono in viaggio. Il mezzo di trasporto creativo che preferisco è il treno. Lo stesso vale per le fotografie, a volte le scatto d’istinto, altre volte elaboro un vero e proprio progetto fotografico. È un lavoro dinamico, ma sistematico, quotidiano.

 

Parliamo adesso della nascita della tua vocazione poetica. Quando hai pensato di te stessa che eri una poetessa? Come è iniziata questa passione?

In realtà non ho mai pensato di essere una poetessa, non ci penso mai, sono troppo occupata a creare e non rifletto su cosa sono mentre lo faccio. Preferisco, in ogni caso, il termine “poeta” sia per il maschile, il poeta, sia per il femminile, la poeta. “Poetessa” mi fa pensare a un sottoprodotto di derivazione, un po’ come la storia biblica della donna che fu creata dalla costola di Adamo.

 La mia passione per la scrittura poetica è nata quando ero bambina. Frequentavo la prima elementare. C’era un mio compagno di classe che veniva sempre elogiato dalla maestra perché inventava, ogni tanto, qualche poesia. Un giorno, di nascosto, copiai sui fogli di un quaderno un intero libro di filastrocche che mi era stato regalato dai miei genitori, firmai ognuna di esse con il mio nome e lo mostrai all’insegnante. La maestra ne fu colpita e lo fece leggere a mia madre, la quale scoprì tutto e mi rimproverò. Penso che fu proprio quello il mio primo tentativo, mal riuscito, di scrivere una raccolta di poesie ed essere poeta.

 

Hai collezionato davvero molti riconoscimenti. Che valore hanno per te? Che emozione ti ha dato essere apprezzata da giurie spesso composte da importanti personalità del mondo della cultura?

Partecipare ai concorsi letterari mi ha consentito di confrontarmi con altri scrittori e artisti. I risultati raggiunti mi hanno incoraggiato, ma avrei continuato a scrivere anche senza ottenerli, come ho sempre fatto.

Vincere il primo premio al Premio Letterario Nazionale “Scriveredonna” è stato un traguardo importante, essendo in palio la pubblicazione per la silloge vincitrice a cura delle Edizioni Tracce. Tengo molto a questo riconoscimento perché in giuria c’era Maria Luisa Spaziani, purtroppo scomparsa nel mese di giugno dello scorso anno. La stima per la sua scrittura poetica e per la sua visione del mondo mi ha da sempre affascinato. Ho amato le sue parole contro l’indifferenza e, per ricordarla, ho inserito alcuni suoi versi come prima epigrafe a Burqa di vetro.

 

E veniamo a Burqa di vetro. Una tematica forte, dura, quella del femminicidio. È stato un progetto organico fin dall’inizio o ti sei trovata a pensare strada facendo che alcuni tuoi versi potevano diventare il nucleo intorno al quale costruire una raccolta incentrata sulla violenza subita dalle donne?

Il femminicidio è una tematica durissima ma imprescindibile, un’urgenza alla quale non si può e non si deve restare indifferenti. Scrivere Burqa di vetro si è rivelato un progetto sul quale riversare tutte le mie energie, una forte necessità interiore. L’incontro con Dacia Maraini, conosciuta cinque anni fa alla Scuola Nazionale di Drammaturgia, è stato fondamentale. A lei devo il coraggio per essere riuscita a scrivere versi così dolenti. In quegli anni avevo la mente e il cuore colmi di Passi affrettati, il suo testo teatrale contro la violenza alle donne, ho respirato il teatro civile e di parola, ho ascoltato da vicino i suoi pensieri. È una forza che ti penetra dentro un po’ alla volta, avviene senza parlarsi, senza dire nulla, silenziosamente.

Precedentemente avevo scritto Scarafaggi lunari, silloge ancora inedita dedicata alle donne, dove ho trattato il tema del femminicidio in modo più simbolico e generale. Con Burqa di vetro ho voluto afferrare una lente d’ingrandimento, andare a conoscere le donne uccise per mano dei loro uomini, le loro vite, le loro emozioni, i loro pensieri durante e subito dopo la violenza subita, dare loro la parola nell’illusione di trattenerle alla vita anche dopo la morte. Ho voluto provare con la mente e con il cuore il loro dolore, capirle, immedesimarmi, nell’intento di creare, attraverso la scrittura dei versi, quell’empatia necessaria al lettore e all’ascoltatore affinché questi crimini non accadano più. Soltanto mettendosi nei panni dell’altro si può evitare di compiere certe azioni. In questo peccano tante trasmissioni televisive, che parlano esclusivamente dell’assassino ma mai di cosa provano le donne.

 

Le tue incursioni nella narrativa e nel teatro sono solo occasionali o hai progetti corposi anche in quei campi?

Ho diversi progetti anche nella narrativa e nel teatro. Due raccolte di racconti. Un romanzo. L’adattamento teatrale di Burqa di vetro.

 

Che lettrice sei? Ci sono autori ai quali ti sei ispirata o ti ispiri e libri dai quali la tua formazione è stata particolarmente influenzata?

Leggo moltissimo, poesie, racconti, romanzi e testi teatrali di autrici e autori contemporanei, e adoro rileggere i classici. Alice nel paese delle meraviglie e Il diario di Anna Frank hanno segnato la mia infanzia, Madame Bovary di Flaubert e L’Agnese va a morire di Renata Viganò la mia adolescenza. La nausea di Sartre e Il diario di Anaïs Nin hanno rappresentato il passaggio all’età adulta. Ho una specie di fissazione per Bulgakov e adoro il suo racconto Cuore di cane. Ho amato Blake, Wordsworth e Keats, Ungaretti e Montale, Pasolini e Moravia. Mi piace molto Patrizia Cavalli.

Sicuramente sono stata influenzata da tutte le scrittrici e gli scrittori letti e amati, ma è Dacia Maraini, con i suoi libri e il suo modo di stare al mondo, la mia maestra di scrittura e di vita, il mio punto di riferimento, da sempre. Le parole nei suoi romanzi si fanno carne, materia, se ne possono sentire suoni, consistenza e profumi, penso a Bagheria, a La lunga vita di Marianna Ucrìa, a Dolce per sé, alle sue poesie, che ti sconvolgono i sensi, ai suoi testi teatrali, dove i personaggi hanno una forza straordinaria, ai suoi scritti di impegno civile e in difesa delle donne. Mi ha insegnato tantissimo. A lei ho dedicato Burqa di vetro e alla sua poesia Io sono due mi sono ispirata per scrivere Due volte due, contenuta nella raccolta. È una persona meravigliosa. Intelligente, sensibile, umile, generosa, attenta ai deboli. Tra noi è nata una profonda amicizia e ne sono felice.

 

Grazie per il tuo tempo e le tue risposte.

Grazie a te per l’intervista.

 

credits foto: Liberty Project (Antonella Antinucci & Nina Kanchura)

Rosalia Messina

 

11 aprile 2015
 
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Rosalia Messina

Sono nata a Palermo nel 1955. Vivo, lavoro e scrivo tra Bologna, Firenze e Catania. Giurista insoddisfatta della prosa in “giuridichese”, mi salvo la vita scrivendo narrativa: tanti racconti, alcuni riuniti in una raccolta, “Prima dell’alba e subito dopo”, Perronelab 2010, i romanzi “Più avanti di qualche passo” (Città del sole edizioni), che da inedito aveva vinto il premio “Angelo Musco” 2012 e, come narrativa edita, ha vinto il premio “Città di Reggio Emilia” 2013), “Marmellata d’arance” (Edizioni Arianna 2013) e “Gli anni d’argento” (Algra Editore 2014), “Morivamo di freddo” (pubblicato in digitale da Durango Edizioni nel 2016, prossimamente edito in cartaceo dalla stessa casa editrice) e il libro per bambini “Favole a colori” (Algra Editore 2015, prossimamente anche in digitale). Credo nella condivisione e nelle possibilità che offre la rete; pubblico su LetteraTu le “Citazioni della domenica” e, di tanto in tanto, anche altro, come per esempio le interviste in “Ritratto di lettore”; su Libreriamo curo la rubrica “Libri e dintorni“, nata sulle ceneri de “La parola all’autore” e infine in rete si trova anche un mio blog – http://rosaliamessina.blogspot.it/ – per il quale spero sempre di trovare più tempo. Ma sotto le quattro ore di sonno non posso andare…

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