Libri e dintorni

Rosalia Messina

Alessandro Zannoni, l’orgoglio di scrivere noir e gli sberleffi ai lettori che leggono solo autori americani

Alessandro Zannoni, autore di noir, ha esordito con lo pseudonimo di Michelangelo Merisi. È uscito allo scoperto con il romanzo Biondo 901 nel  2008, seguito da Imperfetto nel 2009 e da Le cose di cui sono capace nel 2011, tutti editi da Perdisa Pop.

 

Le domande che si fanno agli autori sono, almeno in parte, sempre le stesse. A meno che non vi siano tratti originali sui quali l’intervistatore possa sbizzarrirsi. Alessandro Zannoni ha un curriculum singolare per molti aspetti: per esempio, ha iniziato a pubblicare con uno pseudonimo, Michelangelo Merisi (già, il pittore meglio noto come il Caravaggio). Come mai, Alessandro, hai preferito esordire adoperando un nome d’arte che certo non può passare inosservato e come mai poi sei tornato all’uso del nome e del cognome anagrafici?

La scelta dello pseudonimo è stata dettata dalla voglia di non apparire.

Ho scelto il nome del Caravaggio perché è il mio pittore preferito (per 20 anni sono stato antiquario specializzato in pittura antica) e perché in tantissimi lo conoscevano solo col soprannome, quindi era un doppio svelamento.

All’inizio scrivevo solo per divertirmi, e lo facevo nei tempi morti del mio mestiere; non avevo nessuna intenzione di cercare un editore, e non mi interessava fare lo scrittore: mi autoproducevo i romanzi e me li vendevo in città.

Poi le cose, già dal secondo romanzo (me ne sono autoprodotti quattro) sono uscite dalla logica che mi aspettavo: i romanzi piacevano parecchio, i libri erano curati come quelli seri delle grandi case editrici, e il passaparola dei lettori ha travalicato il confine della mia cittadina. Insomma, ho fatto tirature da 2000 copie a titolo, sono finito in festival nazionali, articoli sui giornali… roba davvero inaspettata, fino a che non mi ha scoperto Luigi Bernardi. Quello è stato il mio punto di non ritorno. Gli piaceva il mio stile ma non le storie che scrivevo; quando sei pronto a fare le cose seriamente, avvertimi, mi disse. Mi fece riconsiderare tutto quello che pensavo sulla scrittura, sull’essere uno scrittore e sui libri, e quando fui pronto e gli consegnai Biondo 901, la mia prima uscita con Perdisa, mi costrinse anche a firmare col mio nome vero. Non mi avrebbe pubblicato altrimenti.

 

Imperfetto è stato ripubblicato da Perdisa Pop dopo una precedente autopubblicazione. Puoi raccontarci qualcosa di questo percorso accidentato? E, in generale, quanto è stato complicato (o semplice), nella tua esperienza, raggiungere il traguardo del libro edito?

Percorso accidentato, dici? Io considero l’autopubblicazione una soluzione molto decorosa e onesta, e vado fiero di questa mia origine povera. L’ho sempre consigliata al posto di quelle pubblicazioni a pagamento che non valgono niente o alle pubblicazioni in quelle case editrici approssimative che non hanno una minima distribuzione.

La storia di Imperfetto è tipo la genesi di una valanga − passami lo stupido paragone − che da piccola slavina si allarga e diventa inarrestabile: è il mio terzo romanzo, penso di autoprodurlo però prima lo mando a Bernardi che all’epoca dirigeva una collana da Flaccovio; mi risponde velocemente, gli piace molto e lo vuole pubblicare. Benissimo, penso, invece il destino si intraversa e Bernardi se ne va da Flaccovio e del mio romanzo non se ne fa nulla. Non mi perdo d’animo, me lo autoproduco − era il 2006, mi pare − ne faccio una prima tiratura di mille copie, va a ruba, recensioni su giornali, web e riviste, ne tiro altre mille; nel frattempo Bernardi diventa direttore editoriale in Perdisa e lì esco col mio primo romanzo breve; poi mi dice che vuole pubblicare Imperfetto perché ci crede molto e lo fa uscire con Perdisa nel 2009. Sembra finita qui, invece proprio quest’anno Imperfetto viene pubblicato nella collana noir che esce in inserto con il Sole 24 ore.

 

Come dicevi prima e come si legge nelle tue biografie, sei un ex antiquario. Ma sei di quelli che da sempre io scrivo, da piccolo già scrivevo favole (che nel tuo caso sarebbero state favole noir?) o sei di quelli che sono arrivati in età adulta alla scrittura narrativa?

Non posso negare di avere un talento naturale, a riprova cito le volte che la maestra delle elementari leggeva i miei temi nelle altre classi e mi diceva che da grande avrei fatto etc. etc.

Però poi, oltre a tentare di andare a scuola di giornalismo a Milano, abortita per questioni di destino avverso, ho disatteso le attese e la scrittura è arrivata prepotente in età avanzata, in un momento della mia esistenza in cui probabilmente avevo bisogno di un cambio di vita. Che poi io, durante l’università, scrivessi piccoli monologhi teatrali per gli amici attori del DAMS o raccontini per abbindolare le belle ragazze bolognesi, e poi scrivessi poemetti o storielle senza capo né coda nei periodi di pausa del lavoro di antiquario, non autorizza a dire che da sempre io lo abbia fatto. Anzi, ti esorto a non dirlo mai, di me. Grazie.

 

Noir, solo noir. Mai avuto voglia di scrivere una storia senza un rivolo di sangue, un colpo d’arma da fuoco, un mistero?

Sì, quella voglia mi è venuta proprio in questi ultimi anni, quasi per ripicca a questo genere bistrattato e vituperato dall’editoria italiana, annacquato, deriso, depotenziato. È ridicolo come noir sia stato appiccicato a roba che col noir non c’entra assolutamente nulla, solo per ammantare un autore o un libro di una valenza, un’allure più importante del dozzinale giallo da edicola, ché tanto il lettore italiano non capisce un cazzo, dicono.

 

Cosa legge Alessandro Zannoni? Un autore noir e un autore non di genere (o di altro genere) che consideri insuperabili?

Sono assolutamente onnivoro. Unica discriminante: lo stile, la scrittura. Sono stanco dei cloni di autori di successo − per dire, DFW (David Foster Wallace, n.d.r.) ha plagiato parecchi autori italiani − stanco dell’appiattimento  culturale di cui le grandi case editrici sono colpevoli, stanco dell’editoria nostrana in generale.

Non la storia, quindi, ma l’uso che l’autore fa delle parole e delle immagini e dei pensieri che vuole trasmettere.

Mi chiedi di citare un autore noir, e io faccio il nome di Percival Everett − pubblicato da Nutrimenti e tradotto da un grande Marco Rossari − che non è solamente un autore noir, ma ama spaziare da un genere all’altro, cosa che mi trova assolutamente d’accordo.

L’altro nome che cito è Henry Miller.

 

Ho letto (in ebook) Le cose di cui sono capace. Ho scelto di accostarmi a questo romanzo senza aver letto alcuna recensione. Mentre le pagine scorrevano sul monitor del tablet mi dicevo: ma questo Corey − Coretti ha qualcosa di caricaturale. Ne ho parlato con un’amica che ti aveva già letto e lei mi ha detto: «Ma è la parodia del noir all’americana». Mi ha pure mandato il link a un articolo; e insomma, se su Google si digitano le parole “Alessandro Zannoni”, “Le cose di cui sono capace” e “parodia”, si trova non poco materiale. Vuoi raccontarmi il tuo punto di vista sull’argomento?

L’idea era di fare un omaggio al mio libro preferito − Colpo di spugna di Jim Thompson −, un omaggio palese e azzardatissimo, utilizzando il medesimo nome del protagonista e la stessa ambientazione texana. Ma volevo che nell’omaggio ci fosse, sottotraccia, una presa in giro all’editoria nostrana, sempre prona verso la letteratura d’oltreoceano, e già che c’ero, ci ho messo qualche piccolo sberleffo a quei lettori fissati di sole “americanate”. Sono partito con questi propositi ma poi sono passati in secondo piano; la cosa importante era scrivere un romanzo nero potente, utilizzando tutti gli stilemi del genere ma rinvigoriti e svecchiati, e credo di esserci riuscito. (“In un periodo in cui gli autori di noir sembrano imbarazzati di  scriverne (se poi gli dici che in realtà scrivono solo gialli, s’incazzano ancora di più), tu ribalti la questione e servi in tavola  un romanzo di genere che non solo non si vergogna di essere tale, ma  ne proclama orgoglioso l’appartenenza.” Da una lettera di Luigi Bernardi).

 

Cosa stai scrivendo in questo periodo?

La storia di Nick Corey è piaciuta così tanto che mi hanno quasi costretto a scriverne una seconda, che ho finito da poco e che spero di riuscire a piazzare presto in qualche casa editrice seria, visto che non pubblicherò più con Perdisa.

Intanto sto scrivendo un nuovo romanzo, ma stavolta non sarà un noir, sarà un romanzo e basta, incentrato sulla realtà e il rapporto uomo/donna. Nasce dal progetto a fumetti che ho fatto insieme a Lorenzo Palloni e che potete trovare qui.

 

Grazie per il tuo tempo e le tue risposte.

Grazie della chiacchierata, davvero.

Rosalia Messina

22 novembre 2014

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Rosalia Messina

Sono nata a Palermo nel 1955. Vivo, lavoro e scrivo tra Bologna, Firenze e Catania. Giurista insoddisfatta della prosa in “giuridichese”, mi salvo la vita scrivendo narrativa: tanti racconti, alcuni riuniti in una raccolta, “Prima dell’alba e subito dopo”, Perronelab 2010, i romanzi “Più avanti di qualche passo” (Città del sole edizioni), che da inedito aveva vinto il premio “Angelo Musco” 2012 e, come narrativa edita, ha vinto il premio “Città di Reggio Emilia” 2013), “Marmellata d’arance” (Edizioni Arianna 2013) e “Gli anni d’argento” (Algra Editore 2014), “Morivamo di freddo” (pubblicato in digitale da Durango Edizioni nel 2016, prossimamente edito in cartaceo dalla stessa casa editrice) e il libro per bambini “Favole a colori” (Algra Editore 2015, prossimamente anche in digitale). Credo nella condivisione e nelle possibilità che offre la rete; pubblico su LetteraTu le “Citazioni della domenica” e, di tanto in tanto, anche altro, come per esempio le interviste in “Ritratto di lettore”; su Libreriamo curo la rubrica “Libri e dintorni“, nata sulle ceneri de “La parola all’autore” e infine in rete si trova anche un mio blog – http://rosaliamessina.blogspot.it/ – per il quale spero sempre di trovare più tempo. Ma sotto le quattro ore di sonno non posso andare…

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